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Una nuova perla del Maestro: funerali imposti d'autorità per "buon senso pastorale"

Alla preziosa corona delle peregrine innovazioni di questi mesi, va aggiunta l’ultima gemma del magistero mariniano, apparsa or non è guari sulle pagine di un quotidiano nazionale (cfr. Errore negare il funerale al divorziato, di Orazio La Rocca, pubblicato su la Repubblica, 3 Ottobre 2006, pag. 29).

 

Il Maestro è sceso dal suo empireo vaticano a tutelare i diritti dei reietti e degli oppressi contro i soprusi del Vescovo di Sulmona. Con sguardo benigno ed accondiscendente, egli ha accolto le suppliche che d’ogni più remota plaga si elevavano alla Sua Liturgica Maestà, per censurare la decisione di S.E. mons. Giuseppe Falco di negare la sepoltura ecclesiastica ad un divorziato concubinario.

 

Dopo aver premesso un retorico «non giudico» e aver candidamente ammesso «non conosco la vicenda», incurante di interferire in un atto della potestà giurisdizionale di un Vescovo diocesano perfettamente conforme al diritto canonico (cfr. can. 1184 CJC), il novello paladino dei pubblici peccatori non esita a far strame delle Leggi ecclesiastiche e promulga in forma di motu proprio una nuova dottrina, secondo la quale le esequie vanno celebrate sempre e comunque: «È semplice questione di buon senso pastorale. Del resto, se il funerale non viene negato ai suicidi, come si fa a negarlo a quei cristiani che al momento del trapasso sembra che non si siano pentiti dei peccati commessi?» Si rassegni quindi il Vescovo di Sulmona alla condanna – questa sì, innappellabile – con la quale il Maestro lo bolla come privo di buon senso pastorale. Si rassegnino anche coloro che si sono deliberatamente mostrati incoerenti con la professione cristiana, perché ciò non eviterà loro di essere sepolti con rito cattolico riformato e di beneficiare dei suffragi della Chiesa. Poco importa se con le loro azioni essi hanno dimostrato di non voler seguire Cristo e di disprezzare pubblicamente la Sua legge: dovranno assistere forzatamente ai propri funerali.

Non pago di avere più volte impunemente contraddetto il Papa e di trattare ora, un venerato confratello nell’Episcopato come un minus habens, Monsignore non esita a dar consigli all’Altissimo, indicandoGli come, quando e con chi essere misericordioso: «Chi può dire che Dio Padre, nella sua infinita benevolenza e potenza, non lo abbia già perdonato?» Ecco, monsignore: chi può dirlo? Lei, forse? «Per questo dico che quel funerale lo avrei celebrato ugualmente». E chi d’altronde ha mai detto che un pubblico peccatore, per il semplice fatto di essere privato delle esequie, è inesorabilmente condannato al fuoco eterno? Per chi sono i funerali? per il defunto o per i parenti, cui ammannire i soliti triti argomenti del più vieto buonismo ecumenico, secondo cui son tutti salvi a dispetto dei Novissimi?

 

L’unico cruccio per i suicidi, i concubinari, i massoni, i comunisti, gli eretici e gli scismatici è che queste esequie imposte d’autorità possano essere celebrate da mons. Marini e dai suoi accoliti, magari indossando quei paramenti multicolori della marca trevigiana che gli sono tanto cari e facendosi accompagnare dai ritmi pagani di danzatrici tribali en déshabillé.

Pubblicato il 4/10/2006 alle 23.29 nella rubrica Novus Ordo.

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