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  archivum La Liturgia Romana e il Rito Tridentino
 
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La citazione
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Sto leggendo 1
Les usages et le costume ecclésiastique
di Mons. Xavier Barbier de Montault

Ho appena visto
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Vorrei vedere
il Papa che pontifica secondo il Rito romano

Domande scomode
...
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Concetti cattolici espressi da un protestante
"Le liturgie non sono inventate: esse crescono nella devozione di secoli". Owen Chadwick, storico protestante, in: The Reformation, Londra, 1972, pag. 119

Concetti protestanti espressi da un cattolico
"[abbiamo proceduto ad] un lavoro di ripulitura della liturgia dalle incrostazioni che si sono sovrapposte nei secoli". Mons. Piero Marini, Cerimoniere papale, in: La Civiltà Cattolica, 2003 III, pagg. 155-166, quaderno 3674 del 19 luglio 2003

Concetti cattolici espressi da un cattolico
"Quando la liturgia è qualcosa che ciascuno si fa da sé, allora non ci dona più quella che è la sua vera qualità: l'incontro con il mistero, che non è un nostro prodotto, ma la nostra origine e la sorgente della nostra vita". Joseph Ratzinger, La mia vita: ricordi 1927-1977, Milano, 1997, pagg. 112

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Link dell'Archivum Liturgicum
(sito ufficiale)




27 gennaio 2006

Articolo su Mons. Piero Marini

Desidero informare i lettori del blog dell'Archivum che sto finalmente completando il mio saggio sulla Riforma liturgica, nel quale trova ampio spazio una dissertazione sulle posizioni di Mons. Piero Marini, confrontate con quanto il regnante Pontefice ebbe a scrivere negli anni scorsi.

Per ora vi lascio con l'acquolina in bocca, ma vi assicuro che tra qualche giorno la vostra curiosita' sara' soddisfatta. Inutile dire che confido nella piu' ampia diffusione dello scritto, per il quale concedo volentieri ogni liberatoria, purche' sia citata la fonte.

Giusto per ingolosirvi un po', ecco uno stralcio del saggio, sul quale attendo i vostri commenti.

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la Riforma dei burocrati

La Liturgia come prodotto di marketing

(excerpta)


L’adattamento come unico criterio di applicazione della Riforma

Fu proprio questo prodotto di erudizione specialistica a volersi irriducibilmente contrapporre all’antica e veneranda liturgia romana, prima con la riforma della Settimana Santa, poi con la riforma di Giovanni XXIII e infine con il Consilium ad exsequendam Constitutionem de Sacra Liturgia.

 

Lungi dall’avvicinarsi con timore reverenziale ad un rito millenario, i novatori hanno palesato sin dall’inizio la propria malafede, rivelando una predisposizione alla censura dell’esistente – sfrondano, fanno scomparire, sopprimono – ed una presunzione senza pari nel dar libero corso alla creatività – formule nuove che non datano che dal giorno prima, che sono incontestabilmente umane, dato che chi le ha redatte vive ancora.

 

Raccomanda infatti il Consilium: «La revisione sarà fatta in base al criterio di aumentare il numero dei testi, in modo da evitare le numerose e non necessarie ripetizioni che si riscontrano oggi; di rivedere i testi sugli originali, restituendo la pienezza di significato, anche teologico, qualche volta alterato; di sostituire opportunamente espressioni che oggi hanno perso gran parte del loro significato (ad esempio il solo accenno al digiuno corporale nelle orazioni della quaresima) con altre più consentanee alle condizioni di oggi. Il numero delle orazioni potrà essere aumentato non soltanto riprendendo testi dei sacramentari ma anche componendone di nuovi»[1]. Di qui il proliferare di cerimonie ad libitum celebrantis che rendono di fatto la liturgia non più un’azione pubblica dell’intero Corpo Mistico, bensì un’angosciante incognita che varia a seconda del luogo, della lingua, della tipologia di fedeli che vi assistono, a dispetto di quanto raccomandato dalla Santa Sede: «ne liturgia umquam esse videatur privata alicujus proprietas, neque ipsius celebrantis neque communitatis ubi Mysteria celebrantur»[2]. Le indicazioni della Congregazione per il Culto divino e più in generale i principi basilari dell’uniformità liturgica paiono in netta contrapposizione con la perpetua diversità delle celebrazioni riformate: «diverse per la varietà dei luoghi della celebrazione: splendide basiliche, santuari famosi, umili chiese; piazze, stadi, aeroporti, capannoni di fabbriche; corsie di ospedali, lebbrosari, carceri […]. Diverse, per la composizione delle assemblee: genti di tutti i continenti e di tutte le etnie, minoranze oppresse e maggioranze detentrici del potere politico ed economico; popolazioni di differente livello d’istruzione – masse senza alcuna o con scarsa alfabetizzazione e gruppi elitari, intellettuali dirigenti della vita di un territorio; categorie di fedeli occasionalmente differenziate: contadini, operai, giovani, chierici e membri di istituti di vita consacrata… Diverse, per le tradizioni e le radici culturali: la straordinaria varietà delle lingue e dei linguaggi – verbali e non verbali –; la differente concezione del tempo e della corporeità in ordine alla celebrazione cultuale; la varia sensibilità nei confronti delle valenze simboliche»[3]. Sarebbe opportuno chiarire come possa darsi una liturgia cattolica – cioè universale – laddove si faccia di tutto per diversificarla, anche ricorrendo a distinzioni di matrice sociale, ben connotate politicamente: «minoranze oppresse e maggioranze detentrici del potere politico ed economico» ed introducendo una deliberata inversione la gerarchia della Chiesa e della società: «contadini, operai, giovani, chierici», in cui i capi temporali e spirituali si inchinano ai villici e la corona e la tiara cedono alla falce ed al martello.

 

Adattamento verso il basso

 

E sarebbe altresì auspicabile spiegare se in presenza di «masse senza alcuna o con scarsa alfabetizzazione» la liturgia debba «scender fino ad usurpar le infami voci al vulgo»[4] o debba censurare le proprie formule dottrinali giacché incomprensibili al semplice. A tal proposito Benedetto XVI ha osservato: «Nella nostra riforma liturgica c’è la tendenza, a parer mio sbagliata, ad adattare completamente la liturgia al mondo moderno. Essa dovrebbe quindi diventare ancora più breve e da essa dovrebbe essere allontanato tutto ciò che si ritiene incomprensibile; alla fin fine, essa dovrebbe essere tradotta in una lingua ancora più semplice, più “piatta”. In questo modo, però, l’essenza della liturgia e la stessa celebrazione liturgica vengono completamente fraintese»[5]. Monsignore farebbe bene a chiarire la ragione per cui dovrebbe essere la Chiesa, nel suo culto ufficiale e pubblico, a chinarsi ed avvilirsi verso il basso, anziché consentire al povero e all’incolto di ascendere – tramite la sacra Liturgia – al cospetto della Maestà divina: unica corte cui sia concessa l’ammissione solo in virtù del santo Battesimo. Ben altro di quanto oggi avviene con «certa liturgia post-conciliare, fattasi opaca o noiosa per il suo gusto del banale e del mediocre, tale da dare i brividi»[6].

 

Commentava giustamente Romano Amerio: «Non osserverò, come pure fu osservato e con verità, che la terminazione del latino contraddice anche agli spiriti democraticheggianti che investono il mondo contemporaneo e, per accomodazione, la Chiesa. Questi spiriti mirano all’elevazione culturale delle moltitudini, mentre nell’abbandono del latino si trasente una sorta di disistima del popolo di Dio, tenuto indegno per crassitudine di essere alzato alla percezione di eccellenti valori, anche poetici, e dannato al contrario a tirare in giù verso di sé questi medesimi valori»[7].

 

Inoltre, le forme di catechismo per immagini rappresentate dai mosaici delle nostre basiliche e dalle pale d’altare delle nostre chiese – unite ad una religiosità vissuta quotidianamente e allo zelo pastorale da parte del Clero – hanno sortito frutti ben maggiori di quanto non accada ai giorni nostri, in cui il livello di istruzione religiosa dei fedeli è inferiore a quello che sino al Vaticano II si sarebbe richiesto ad un fanciullo per ammetterlo alla Prima Comunione. Senza parlare dei cosiddetti cattolici impegnati, che uniscono alla propria ignoranza non poche deviazioni dottrinali e presumono, per il solo fatto di aver letto i documenti dell’ultimo Concilio, di poter discettare di teologia; salvo poi non essere in grado di riconoscere una Maddalena da una Madonna su una tela del Quattrocento. Non dimentichiamo che nella liturgia «non si comprende solo in modo razionale, così come si capisce una conferenza, bensì in modo complesso, partecipando con tutti i sensi e lasciandosi compenetrare da una celebrazione che non è inventata da una qualsiasi commissione di esperti, ma che ci arriva dalla profondità dei millenni e, in definitiva, dall’eternità»[8].

 

Questa condiscendenza servile verso il basso propria di «qualsiasi commissione di esperti», lungi dal rivelare un anelito di vera carità nei confronti dei semplici, è viceversa il segno della presunzione tipica dei riformatori, che prendono a pretesto le «masse senza alcuna o con scarsa alfabetizzazione» sinché sono funzionali ai loro disegni di distruzione della liturgia, ma se ne ritraggono inorriditi, non appena le stesse masse chiedono a gran voce il ritorno alle processioni, al canto dei vespri o a quelle forme di devozione che i novatori tanto aborriscono. «Alla comprensibilità della parola contribuiscono altre modalità di comprensione. […] Essa non è qualcosa che viene continuamente inventato da nuove commissioni. Altrimenti diventa qualcosa di fatto in casa, a propria misura, tanto se le commissioni si riuniscono a Roma, a Treviri o a Parigi»[9]. A quel punto le esigenze dell’assemblea e l’adattamento della liturgia di cui costoro si riempiono la bocca perdono ogni valore, per cedere il posto a lezioncine di maestri petulanti, tanto presuntuosi quanto classisti. «Ci si deve opporre, più decisamente di quanto sia stato fatto finora, all’appiattimento razionalistico, ai discorsi approssimativi, all’infantilismo pastorale che degradano la liturgia cattolica al rango di circolo di villaggio e la vogliono abbassare a un livello fumettistico. Anche le riforme già eseguite, specialmente riguardo al rituale, devono essere riesaminate sotto questi punti di vista»[10].

 

D’altra parte, non pare che in nome di questo adattamento permanente si siano mai celebrate Messe in latino, in occasione di consessi di latinisti, né che vi siano attualmente predicatori in grado di sostenere un’omelia in latino ciceroniano, come pure avveniva in passato. È quindi evidente che – al di là del concetto di sé che possono avere i seguaci del Movimento liturgico – la congerie di errori dottrinali, travisamenti storici e fatui neologismi serve solo a dissimulare la più assoluta e grossolana ignoranza.

 

L’inculturazione nella Liturgia

 

Non dimentichiamo poi il riferimento ad un distorto concetto di inculturazione, in grazia del quale essendo l’agnello animale sconosciuto ai popoli della Papuasia, non è mancato il liturgista di turno che l’ha sostituito con il maiale, da essi ritenuto docile e mansueto, con la conseguente traduzione dell’Agnus Dei in una bestemmia da carrettieri. L’inculturazione dovrebbe intendersi come l’influsso sapiente e benefico della Chiesa nella cultura dei popoli, più che nell’«aprire la liturgia ai nuovi popoli dell’America Latina, dell’Africa e dell’Asia»[11], specialmente allorché «musica, linguaggio e movimento fisico»[12] sono l’espressione di riti e superstizioni, così come i riti e la liturgia della Chiesa sono espressione fedele ed esterna della sua dottrina. Vero è che questo atteggiamento adorante verso tutto ciò che viene dall’idolatria, dall’eresia, dallo scisma è un riflesso dell’abdicazione della Chiesa alla propria missione di convertire tutti a Cristo e di condurli sotto l’unico Pastore; abdicazione che il decreto conciliare Dignitatis humanæ riassume, riconoscendo all’uomo la libertà di praticare la religione che vuole, a prescindere dall’obbligazione della fede[13]. E se nella liturgia romana erano previste, ad esempio, le Messe votive «contra paganos» e «ad tollendum schisma», già dal rito di Giovanni XXIII esse sono diventate «pro Ecclesiæ defensione» e «pro Ecclesiæ unitate », senza parlare dell’invocazione litanica «ut inimicos sanctæ Ecclesiæ umiliare digneris», cambiata radicalmente in un più ecumenico: «ut omnes in Christo credentibus unitatem largiri digneris»[14]. Unità che ormai va estendendosi anche ai non cristiani, annettendoli ad una nuova chiesa in cui la dottrina cattolica viene immolata sull’altare di una mal intesa dignità dell’uomo, che giunge fino a capovolgere il senso delle Scritture a proprio uso e consumo[15]. Ma quale unità si può ricercare da parte dei cattolici, premesso che «la Chiesa cattolica possiede la pienezza di Cristo e, questa pienezza, non deve perfezionarla ad opera delle altre confessioni»?[16] Quale comunione ci può essere con i seguaci di quelle «espressioni religiose»[17] che il Deuteronomio chiama meno eufemisticamente prostituzioni?[18]

 

La “diversità” contro l’uniformità romana

 

Mons. Marini, attuale Maestro delle Celebrazioni liturgiche pontificie, afferma che «nella vecchia liturgia, in vigore prima del Concilio Vaticano II, il ruolo del cerimoniere consisteva nell’applicare una serie di norme rigide, che non potevano essere cambiate. Oggi non si può organizzare una celebrazione senza prima aver pensato: chi celebra, cosa si celebra, dove si celebra... La celebrazione è il punto verso il quale convergono elementi diversi reciprocamente coordinati sotto la guida di quello spirito di adattamento che è l’anima della riforma postconciliare. Si tratta dunque di prevedere e progettare la celebrazione in vista del risultato che si vuole ottenere. Non si può pensare, per esempio, a un’azione liturgica senza tenere conto degli spazi entro i quali si svolgerà, dei canti che verranno eseguiti... Tutto ciò che si pensa e che si predispone in vista di una celebrazione può essere considerato come una vera e propria regia. Ci si trova ad agire, in qualche modo su un palcoscenico. La liturgia è anche spettacolo»[19]. Al di là della scarsa considerazione che mons. Marini mostra nei confronti del venerando rito tridentino – liquidato con disprezzo come vecchia liturgia – si comprende bene quanto il richiamo all’uniformità del rito voluta da Benedetto XVI[20] sia in netta opposizione alla volontà del suo Cerimoniere, per il quale le celebrazioni vanno sempre adattate, modificate, progettate. Dall’universalità del Canone romano all’ad libitum permanente, dunque, in nome di quello spirito di adattamento che è l’anima della riforma postconciliare. «Rimane da vedere se questa incessante varietà è più utile alla preghiera della ripetizione delle stesse formule… Nostro Signore nell’orto degli ulivi, invocando suo Padre, ripeteva le stesse parole»[21].

 

Se durante il Pontificato di Giovanni Paolo II abbiamo assistito a vere e proprie liturgie tribali, anche sotto le auguste volte della Basilica Vaticana, dobbiamo ringraziare questo spirito di adattamento cui si ispira il detentore del più prestigioso avamposto progressista in materia liturgica. Marini ne è ben conscio: le funzioni papali «sono punto di riferimento per l’intera Chiesa»[22], e come tali vanno utilizzate per impartire un esempio, un paradigma che dev’essere seguito anche nelle più remote pievi. Forti dell’insegnamento gramsciano, di cui si fanno eredi in ambito ecclesiastico, alcuni prelati odierni ritengono che sia assolutamente necessario gestire le casematte del potere, occupare scientificamente i posti-chiave della Chiesa: cattedre di atenei, commissioni pontificie, romane congregazioni, pontifici consigli, curie vescovili. E come nell’Italia del dopoguerra abbiamo assistito ad un vero e proprio infeudamento dei comunisti, nonostante al governo vi fossero i democristiani, così si è avuto un progressivo incremento dei modernisti dal postconcilio, e si potrebbe già dagli anni Cinquanta. Non è quindi un caso se oggi la quasi totalità dei punti nevralgici del potere della Chiesa – tanto centrali quanto periferici – siano in mano a personaggi che in altri tempi sarebbero stati considerati assolutamente incompatibili con la funzione svolta. Né sono pochi i teologi un tempo condannati dal Sant’Uffizio che sono stati chiamati come esperti al Concilio e che negli ultimi decenni hanno meritato la Porpora cardinalizia. In quest’ottica va quindi considerato anche il ruolo del Maestro delle Cerimonie, che utilizza la sua carica per catechizzare l’orbe cattolico e – cosa non secondaria – per occupare quel posto, così da impedire ad un altro di agire diversamente.

 

Ecco perché, in nome della diversità, egli pretende di contraddire uno degli elementi fondamentali della Liturgia, ovvero il fatto che essa sia universale proprio perché romana: «Da una liturgia romana caratterizzata dall’uniformità (unicità della lingua, fissità delle rubriche), si è passati ad una liturgia più vicina alla sensibilità dell’uomo moderno, aperta all’adattamento e alle culture, espressione di una Chiesa comunionale [sic] che considera la diversità non come un elemento in sé negativo, ma come possibile arricchimento dell’unità»[23]. Arricchimento possibile ma non necessario, che per nulla si concilia con il pensiero del Santo Padre: «mi sembra che l’universalità della liturgia sia essenziale»[24] e che nella pratica ha dato dei risultati tutt’altro che positivi.



[1] «La revisione dei testi liturgici, secondo quanto aveva stabilito il Concilio Vaticano II con la Costituzione Sacrosanctum Concilium, fu svolta dal Consilium ad exsequendam Constitutionem de sacra Liturgia. Una attenzione particolare fu data alle orazioni, che il gruppo di studio 18 bis (diretto da padre Placido Bruylants, benedettino di Mont-César [Lovanio], con segretario Giovanni Lucchesi; i membri erano André Rose, Walter Durig, Henry Ashworth, Juan A. Gracias, Antoine Dumas) revisionò tutte in una adunanza tenuta a Lovanio dal 5 all’11 aprile 1965, quando il Consilium non si era ancora pronunciato sui criteri da adottare, cosa che fece solo nella sua settima adunanza generale (6-14 ottobre 1966, in particolare l’ultimo giorno)». Cfr. Lorenzo Bianchi, Liturgia, memoria o istruzioni per l’uso?, Edizioni Piemme, Casale Monferrato, 2002, Cap. VI.

[2] «Perché la liturgia non abbia mai a sembrare come proprietà privata di qualcuno, né dello stesso celebrante, né della comunità in cui si celebrano i Misteri», cfr. Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, Instr. Redemptionis Sacramentum, de quibusdam observandis et vitandis circa Sanctissimam Eucharistiam, 23 Apr. 2004, n. 18. A tal proposito non possiamo che salutare con una qualche perplessità la promulgazione di questa Istruzione, che pare certamente ispirata ad uno spirito riformatore, se non nel ritorno al venerando paradigma tridentino, quantomeno nella volontà di far osservare le Rubriche del Novus Ordo così com’era stato ideato e voluto da Paolo VI.

[3] Cfr. Piero Marini, op cit., pagg. 17-18.

[4] Giuseppe Parini, Il Mattino, v. 550

[5] Cfr. Joseph Ratzinger, Il sale della terra, Milano, 1997, pagg. 199-202.

[6] Cfr. Vittorio Messori, Rapporto sulla Fede, Vittorio Messori a colloquio con il cardinale Joseph Ratzinger, Milano, 19983 , cap. IX.

[7] Cfr. Romano Amerio, Iota unum, Milano-Napoli, 19893, cap. XXXVIII, pag. 515.

[8] Cfr. Joseph Ratzinger, op. cit., ibid.

[9] Cfr. Joseph Ratzinger, op. cit., ibid.

[10] Cfr. Vittorio Messori, Rapporto sulla Fede, ibid.

[11] Cfr. l’articolo di Virgilio Fantuzzi SJ, in: La Civiltà Cattolica 1999 III, pagg. 168-180, “Celebrazioni liturgiche pontificie, radio e tv”.

[12] Ibid.

[13] Cfr. Romano Amerio, Stat veritas, Milano-Napoli, 1997, Chiosa 14, pagg. 48-51.

[14] Cfr. le Litaniæ Sanctorum nella versione tradizionale («Affinché ti degni di umiliare i nemici della santa Chiesa») e in quella riformata («Affinché ti degni di concedere unità a tutti i credenti in Cristo»).

[15] Nella Cost. Gaudium et spes (n. 24) si afferma che l’uomo è nel mondo la sola creatura che l’uomo abbia voluto per se stessa (citando Prov. XVI, 4), ma «è impossibile che la volontà divina abbia per oggetto altro che la sua propria bontà, giacché tutte le bontà finite sussistono solo grazie alla bontà infinita né l’infinito può uscire da sé alienandosi e appetendo il finito» (cfr. Romano Amerio, Stat veritas, op. cit., Chiosa 15, pagg. 52 e 53).

[16] Cfr. Pio XI, Enc. Mortalium animos, 6 Gennaio 1928.

[17] Cfr. Giovanni Paolo II, Enc. Tertio millennio adveniente, 11 Novembre 1994, § 37.

[18] Deut. XXXIV, 15

[19] Cfr. l’articolo di Virgilio Fantuzzi SJ, cit.

[20] Cfr. S. Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, Decreto del 1 Dicembre 2005, prot. 2520/03/L con il quale si danno precise disposizioni al Cammino Neocatecumenale, imponendo un ritorno all’osservanza delle rubriche dei libri liturgici.

[21] Cfr. Dom Guéranger, Defence d’Astros, 225 : «Reste à savoir si cette variété incessante est plus favorable à la prière que la répétition des mêmes formules... Notre Seigneur dans le jardin des oliviers, priant son Père, répétait les mêmes paroles».

[22] Cfr. l’intervista a mons. Marini di John L. Allen del National Catholic Reporter, 20 giugno 2003

[23] Cfr. Piero Marini, Liturgia e bellezza, op. cit., pag. 74.

[24] Cfr. l’intervista a Joseph Ratzinger di Raymond Arroyo, direttore della EWTN, 5 Settembre 2003.


 




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26 gennaio 2006

Disciplina ecclesiastica

In questi giorni si fa un gran parlare dell'arresto di un religioso, accusato di violenza sessuale ripetuta nei confronti di una suora. La Procura della Repubblica disporrebbe, a quanto si apprende dai giornali, di intercettazioni in grado di dimostrare la colpevolezza del frate.

Al di la' dell'aspetto strettamente penale della vicenda, mi piacerebbe sapere se i Superiori del presunto stupratore in saio abbiano intenzione di prendere provvedimenti, a tutela dell'onore dell'Ordine Serafico e della Chiesa romana.

Mi piacerebbe sapere poi:
- a che titolo il frate prestasse sostegno alla "tifoseria" di una squadra di calcio; 
- chi abbia autorizzato le apparizioni televisive del frate al fianco di una pubblicana, la cui conversione si e' rivelata assolutamente infondata;
- per quale ragione non si sia gia' proceduto alla sospensione a divinis, visti i contenuti delle conversazioni telefoniche intercettate, dalle quali il religioso manifesta un comportamento in contrasto con la disciplina eccliesiastica e con i voti solenni.

Non mi stupirei se ancora una volta, a fronte di violazioni gravissime delle norme canoniche, la Gerarchia si mostrasse indulgente sino alla connivenza con un ecclesiastico che meriterebbe di essere ridotto allo stato laicale e consegnato al braccio secolare. D'altra parte, se l'atteggiamento spocchioso ed aggressivo del frate - cosi' come lo si e' potuto vedere in numerosi programmi - non ha meritato una censura da parte dei suoi Superiori, non c'e' da sperare che le cose cambino proprio adesso. Prepariamoci ai soliti appelli alla "comprensione", alla "misericordia", al "non giudicare" ecc. 

Tutt'altro discorso va fatto se un sacerdote casto e devoto celebra la Messa tridentina: allora si' che partono le sanzioni canoniche, le scomuniche, le sospensioni a divinis... ma se un figlio di San Francesco lega una suora al letto e la violenta, facendola poi stuprare da un complice dietro pagamento di 160.000 euro, allora basta un semplice rimprovero: ""biricchino! non farlo piu'!"

A voi i commenti.
Baronio




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4 gennaio 2006

Sarti ecclesiastici o ecclesiastici sarti?

Fino a qualche mese dopo il Giubileo del 2000, hanno imperversato in Curia due personaggi stravaganti, Stefano Zanella e Gianluca Scattolin, ai quali è stata affidata la confezione dei paramenti papali. Di sicuro uno dei due può a pieno titolo essere definito sarto ecclesiastico, o forse: un ecclesiastico sarto. Pare infatti che Stefano Zanella sia sacerdote. Se così fosse, sarebbe bello sapere a quale rito appartiene e se è stato ridotto allo stato laicale, o esercita un’attività commerciale a dispetto del suo stato clericale.

 

I due sarti sostengono di aver «rivoluzionato il guardaroba papale mescolando un ritorno alle tradizioni medioevali con la più sobria creatività contemporanea». Ricordiamo tutti – ad esempio e compendio dello stile che contraddistingue questi stilisti ecclesiastici – il sobrio piviale “modello Carrà” che Giovanni Paolo II indossò per l’apertura della Porta Santa: una baracconata degna di uno spettacolo di varietà gay, vista da milioni di persone in tutto il mondo sulle spalle del Papa.

 

Inutile dire che la coppia di sarti ha avuto un notevole indotto, non solo grazie all’opera di autopromozione e comunicati stampa che essi vanno diffondendo ad ogni vendita di prestigio, ma anche in virtù dell’amicizia con il Cerimoniere papale, mons. Piero Marini. Non sono poche le diocesi che hanno commissionato paramenti alla loro sartoria, denominata Decima Regio. Pare che anche per recenti nozze principesche si sia fatto ricorso ai loro arredi sacri.

 

Dev’essere successo qualcosa di inspiegabile, se già nel 2001 il “prete sarto” ed il suo accolito hanno improvvisamente smesso di vendere al Papa le loro cose. Si diceva che la coppia non fosse apprezzata dal segretario particolare di Wojtyla… Morto il quale, mons. Marini mandò in tutta fretta i suoi amici al museo della Fourvière di Lione, a ritirare una mitria nera (sic!) da utilizzare per la Messa di inizio del Pontificato di Benedetto XVI. Realizzata in occasione della celebrazione del cinquantenario dell'ordinazione a sacerdote di Karol Wojtyla, si voleva riproporla al nuovo Papa, il quale ha però preferito usare la propria mitria cardinalizia, piuttosto di mettersi lo strano e pesante copricapo.

 

Pare che i tentativi di mons. Marini di riportare in auge la coppia di sarti stiano moltiplicandosi, e deve darsi un bel daffare, visto che ormai il Cerimoniere papale ha i giorni contati e dovrà molto presto far le valigie.

 

Salgono ormai a quattro le Diocesi offerte al Maestro delle Celebrazioni liturgiche pontificie. Ma anche questa volta il Cerimoniere papale risponde con uno sdegnato diniego ai tentativi di allontanarlo da Roma. Si sa: vuole la porpora, ma il Papa non ci pensa nemmeno. In Curia il commento ricorrente è: “Siamo al tragicomico”. Forse è arrivato il momento di proporre, al discepolo di mons. Annibale Bugnini, la Nunziatura Apostolica a Teheran: così Marini potrà dire di aver calcato le orme del maestro fino alla pensione. (Oremus. Flectamus genua. Levate.)

 

Già: perché in nessuna Diocesi egli potrebbe mai permettersi di spendere le cifre che con tanta disinvoltura ha speso sinora come Cerimoniere papale: paramenti a centinaia, costosi libretti per le Messe a migliaia, edizioni di lusso dei nuovi riti del Conclave ecc.

 

Monsignore, dia retta: accetti la Nunziatura a Teheran! Altrimenti finisce come la Principessa della favola, che a furia di rifiutare pretendenti, si trovò a dover sposare un ometto mediocre…




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