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  archivum La Liturgia Romana e il Rito Tridentino
 
Tradizione
 


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La citazione
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Sto leggendo 1
Les usages et le costume ecclésiastique
di Mons. Xavier Barbier de Montault

Ho appena visto
...

Vorrei vedere
il Papa che pontifica secondo il Rito romano

Domande scomode
...
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Concetti cattolici espressi da un protestante
"Le liturgie non sono inventate: esse crescono nella devozione di secoli". Owen Chadwick, storico protestante, in: The Reformation, Londra, 1972, pag. 119

Concetti protestanti espressi da un cattolico
"[abbiamo proceduto ad] un lavoro di ripulitura della liturgia dalle incrostazioni che si sono sovrapposte nei secoli". Mons. Piero Marini, Cerimoniere papale, in: La Civiltà Cattolica, 2003 III, pagg. 155-166, quaderno 3674 del 19 luglio 2003

Concetti cattolici espressi da un cattolico
"Quando la liturgia è qualcosa che ciascuno si fa da sé, allora non ci dona più quella che è la sua vera qualità: l'incontro con il mistero, che non è un nostro prodotto, ma la nostra origine e la sorgente della nostra vita". Joseph Ratzinger, La mia vita: ricordi 1927-1977, Milano, 1997, pagg. 112

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Link dell'Archivum Liturgicum
(sito ufficiale)




26 gennaio 2007

Il Papa si chiama Giuseppe

Il Papa si chiama Giuseppe

Lettera a Don Camillo

 

CARO Don Camillo,

so che Lei è nei guai col Suo nuovo Vescovo. Ero a conoscenza che Lei aveva dovuto distruggere l'altare della chiesa parrocchiale e sostituirlo con la famosa « Tavola calda » modello Lercaro, relegando il Suo amato Cristo crocifisso in un angolo, vicino alla porta, in modo che l'Assemblea gli voltasse le spalle.

Ed ero pure a conoscenza che Lei, la domenica, celebrata la « Messa del Popolo », andava a celebrarne una clandestina, in latino, per i cattolici nella vecchia intatta cappella privata del Suo amico Perletti.

Ora, i capoccia della DC Le hanno fatto la spia e Lei è stato schedato in Curia tra i preti « sovversivi» dopo aver ricevuto dal Vescovo una dura ammonizione.

Reverendo, questo significa non aver capito niente. È giusto, infatti, che Cristo non sia più sull'altare. Il Cristo Crocifisso è l'immagine dell'estremismo. Cristo era un fazioso, un fascista e il suo « O con Dio o contro di Dio » non è che una scopiazzatura del famigerato « O con noi o contro di noi » di mussoliniana memoria.

E non si comportava da fascista quando cacciava a manganellate i mercanti dal tempio?

Faziosità, intransigenza, estremismo che l'hanno portato sulla croce, mentre Cristo, se avesse scelto la democratica via del compromesso, avrebbe potuto benissimo mettersi d'accordo coi suoi avversari.

Don Camillo: Lei non si rende conto che siamo nel 1966. Le astronavi scorrazzano nel cosmo alla scoperta dell'Universo e la religione cristiana non è più adeguata alla situazione. Cristo ha voluto nascere in Terra e se, quando l'ignoranza e la superstizione facevano della Terra il centro o, addirittura, l'essenza dell'universo, la tradizionale funzione di Cristo poteva andare, oggi con le esplorazioni spaziali e la scoperta di nuovi mondi, Cristo è diventato un fenomeno provinciale. Un fenomeno che, come ha stabilito solennemente il Concilio, va ridimensionato.

Per Lei i beatnik, i « capelloni », sono dei pidocchiosi da spedire dal tosacani, e le loro partner con le sottane corte coprenti, a malapena, l'inguine, sono per Lei delle sgualdrinelle da sottoporre d'urgenza alla Wasserman. Invece a Roma, per questi pidocchiosi e queste sgualdrinelle, la Superiore Autorità Ecclesiastica ha organizzato una Messa speciale, una Messa beat suonata e urlata da tre complessi di pidocchiosi.

Lei è rimasto all'altro secolo, reverendo. Oggi la Chiesa si adegua ai tempi, si meccanizza. E, a Ferrara, nella Chiesa di S. Carlo, sulla « Tavola calda » è in funzione la macchinetta distributrice di Ostie. All'Offertorio, il fedele che intende comunicarsi, depone la sua offerta in un piatto vicino alla macchinetta, preme un pulsante e, annunciata da un festoso trillo di campanello, un'Ostia cade nel Calice.

E, creda, non è improbabile che, nei Laboratori sperimentali Vaticani, si stiano studiando macchinette più complete, le quali, introdotta una moneta e schiacciato un pulsante da parte del comunicando, caccino fuori una piccola pinza che porge l'Ostia consacrata elettronicamente, alle labbra del fedele.

Don Camillo: Lei, lo scorso anno, mi ha rimproverato perché in una delle scenette di casa Bianchi, ho raccontato che il giovane prete d'assalto don Giacomo confessava per telefono i fedeli, e, invece di andare a benedire le case, inviava alle famiglie boccettine di « Acqua Santa spray ». Lei mi ha detto che, su queste cose, non si scherza!

Ebbene, ci stiamo arrivando per iniziativa della Superiore Autorità Ecclesiastica. E non è lontano il tempo in cui, dopo la confessione per telefono, il comunicando riceverà in busta raccomandata l'Ostia Consacrata che egli potrà consumare comodamente a casa servendosi, per non toccarla con le dita impure, di una apposita pinza consacrata fornita dal « reparto meccanizzazione » della Parrocchia. Non escludo che, per arrotondare le magre entrate della parrocchia, il parroco possa far stampare sulla Particola qualche vignetta pubblicitaria.

Don Camillo: io lo so che, adesso, Peppone La sta sfottendo tremendamente. Però ha ragione lui.

Certo che, ora, Peppone La sfotte! So che Le ha ordinato di togliere dalla canonica il provocatorio ritratto di Pio XII « Papa fascista e nemico del popolo », minacciando di denunciarLa al Vescovo. Peppone ha ragione: le posizioni si sono invertite e non è lontano il giorno in cui la Sezione Comunista Le ordinerà di spostare l'orario delle Funzioni sacre per non disturbare la « Festa dell'Unità » che si svolge nel sagrato. Don Camillo: se Lei non si aggiorna e non la pianta di chiamare « senza Dio » i comunisti e di descriverli come nemici della Religione e della libertà, la Federazione Comunista Provinciale La sospenderà a divinis.

Io che La seguo attentamente da venti anni e Le sono affezionato, non vorrei vederLa finire in modo così triste.

So benissimo che molti suoi parrocchiani, e non solo i vecchi, sono con Lei, ma so pure che Lei se ne andrebbe in silenzio, nascostamente, per evitare ogni incidente o discussione che potessero portare tormento al Suo gregge. Lei, infatti, ha il sacro terrore d'una divisione fra i cattolici. Ma, purtroppo, questa divisione esiste già.

So che Lei inorridirà, ma lo dico ugualmente. Pensi, reverendo, quale cosa meravigliosa sarebbe stata e quale nuova forza ne avrebbe ritratto la Chiesa se, alla morte del « Parroco del Mondo » (che per la sua bontà e ingenuità tanti vantaggi ha dato ai senza Dio) il Conclave avesse avuto il coraggio di eleggere, come nuovo Papa il Cardinale Mindszenty!

Oltre al resto, questo sarebbe stato l'unico modo giusto, coraggioso e virile per liberarlo dalla sua prigionia: infatti, diventato Mindszenty Capo dello Stato indipendente del Vaticano, i comunisti ungheresi avrebbero dovuto lasciargli la possibilità di raggiungere la sua Sede. Con Mindszenty Papa, il Concilio avrebbe funzionato ben diversamente, la Chiesa del Silenzio avrebbe acquistato una voce tonante. E Gromyko non sarebbe stato ricevuto in Vaticano e non avrebbe potuto alimentare e consolidare l'equivoco che, creato ingenuamente, a confusione delle già confuse menti dei cattolici da Papa Giovanni, fruttò il guadagno di un milione e duecentomila voti ai comunisti e che forse darà ad essi la vittoria nelle prossime elezioni politiche. Quando i parroci potranno spiegare alle rimbambite femmine cattoliche che è peccato mortale solo se si vota per i liberali e i missini, sarà una festa per i comunisti!

Don Camillo, non m'importa se Lei urlerà inorridito, ma io debbo dirLe che, non solo per me, ma per molti altri cattolici « sovversivi », il Papa al quale guardiamo come al luminoso faro della Cristianità non si chiama Paolo ma Giuseppe. Josef Mindszenty, il Papa dei cattolici che provano disgusto davanti alle macchinette distributrici di Ostie, alla « Tavola calda » che ha distrutto gli altari e cacciato via il Cristo, alle « Messe yé-yé » e ai patteggiamenti con gli scomunicati senza-Dio.

Un'altra delle profezie di Nostradamus si è avverata. I cavalli cosacchi si sono abbeverati alle acquasantiere di S. Pietro. Anche se si trattava dei Cavalli-vapore (HP) della limousine di Gromyko. E senza escludere che mons. Loris Capovilla, per rendere omaggio al Gradito Ospite, abbia fatto il pieno al radiatore della macchina di Gromyko con Acqua Santa.

Don Camillo, se ho bestemmiato, me ne pento. Per penitenza ascolterò sei volte il Pater Noster cantato da Claudio Villa.

Ma non si preoccupi: la diplomazia vaticana lavora e, minacciando di sospenderlo a divinis, riuscirà a spegnere l'ultima fulgente fiamma di cristianità, costringendo Mindszenty a venire a fare il bibliotecario a Roma. O, magari, no. Se Dio ci assiste.

 

Giovannino Guareschi

Maggio 1966




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4 gennaio 2007

La scomparsa di don Franco Quoex

Lo scorso 2 Gennaio e' mancato don Franco Quoex. Ne da' notizia il sito di Una Vox (http://www.unavox.it/NovitaGenn07.Qoex.htm), riportando il comunicato dell'associazione "Milizia del Tempio". 

Duole constatare che le esequie di un dottissimo esperto di Liturgia verranno solennemente celebrate in un giorno vietato dalle rubriche, l'Epifania di Nostro Signore.

Invitiamo i lettori del blog a far celebrare Sante Messe di suffragio per il riposo dell'anima del compianto don Franco.






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5 ottobre 2006

Dichiarazioni sul Limbo attese per domani

Sono attese per domani, venerdì 6 Ottobre, i pronunziamenti della Commissione teologica istituita da Benedetto XVI con lo scopo di definire alcune questioni inerenti il Limbo. Indiscrezioni della stampa lascerebbero credere che esso verrebbe definitivamente cassato, dichiarandone la non esistenza.
Ora, pur senza entrare nel merito di una questione di cui per ora si ignorano i termini, ci pare che il clima di continua innovazione e ricerca della novità vigente in alcuni ambienti romani difficilmente possa accogliere da dottrina comunemente tenuta dalla Chiesa, secondo la quale per i fanciulli che muoiono prima dell'uso della ragione non vi è pericolo di pene infernali, tuttavia Dio, pur volendoli salvi con la volotà che i teologi chiamano antecedente, e pur moltiplicando le occasioni del Battesimo per farne dei beati innocenti, permette con la volotà conseguente che molti di essi siano esclusi dal cienlo senza colpe personali. Ad essi la giustizia di Dio non fa torto, perché otterranno la felicità naturale che è fine ultimo proporzionato alla natura dell'uomo; semplicemente permette che non giunga loro in sovrappiù la figliolanza e poi la visione divina, dono soprannaturale e quindi totalmente gratuito, che Egli vorrebbe dar loro, ma che ha disposto di comunicare secondo le vie ordinarie della santificazione. Abbiamo quindi motivo di temere che le correnti progressiste e moderniste possano portare ad una sostanziale alterazione della verità teologica, che neghi l'impossibilità della visione beatifica a chi muore col solo peccato originale.
La Chiesa insegna che non vi è un luogo intermedio tra la beatitudine del Paradiso e la dannazione dell'Inferno (a parte il Purgatorio, che però è un luogo temporaneo di espiazione della pena ed è in un certo senso l'anticamera del Paradiso). Si veda in tal senso la definizione dogmatica del Concilio fiorentino, Decretum pro Graecis, Denz. 1304: "Illorum autem animas, qui in actuali mortali peccato vel solo originali decedunt, mox in infernum descendere, poenis tamen disparibus puniendas".
Ci chiediamo quindi se il documento che verrà pubblicato domani si limiterà a definire la sentenza comune secondo la quale il cosiddetto Limbo è limitato ai fanciulli ed a quanti ad essi possono essere assimilati (per capacità mentale, come i dementi), oppure se porterà altre novità.




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18 aprile 2006

La lettera significativa di una tradizionalista italiana

Cari amici,
ecco una lettera che e' giunta alla redazione del blog e che voglio condividere con voi: essa e' indice di un grande e diffuso malessere a livello parrocchiale, ma mi lascia anche sperare che l'immediato futuro possa portare grandi frutti e trovi ampio apprezzamento da quella "base" della Chiesa che a torto viene considerata - dai progressisti in primo luogo - come alibi per ardite innovazioni. Ancora una volta abbiamo la dimostrazione che il "sensus Ecclesiae" radicato nei fedeli non e' scomparso e che vi sono tante anime assetate di quel Bello che e' espressione del Vero e del Bene di cui e' depositaria e custode Santa Madre Chiesa.


Sono alquanto sconsolata. Nelle parrocchie si incontrano ancora buoni sacerdoti, per lo più ultrottuagenari, messi in pensione e sottoposti a parroci molto più giovani. Gli ottuagenari, se presi in disparte e una volta manifestato il proprio disagio verso una vita liturgica povera e banale, sospirano e danno ragione. I parroci, sia giovani che di mezza età, come sentono parlare di Messa Tridentina vengono presi dalle convulsioni. Si continua a sopportare, si cerca di pregare che la situazione cambi in fretta nella speranza di poter dar qualcosa di solido a questi bambini e ragazzi che, quando anche vadano in chiesa (e non sono molti quelli che ci vanno), ne escono con un senso di vuoto spirituale. Nelle parrocchie spesso si pensa troppo spesso a far politica e avrete capito anche a favore di chi, ma i discorsi importanti, quelli riguardo alla salvezza dell'anima sono costretti a lasciare il passo a melensi inviti all'amore. Dio è amore, certo, ma a dirlo in certi modi si rischia di lasciar intendere che basta volersi bene, mettersi un po' più d'accordo, accogliere senza remore gli extracomunitari e bell'e finito. Le omelie, quando vorrebbero essere commenti al Vagnelo, non citano mai, neppure per sbaglio, il pensiero dei Padri della Chiesa, ma si dilungano in favolette (l'ultima che ho sentito era di Rodari, alla Veglia Pasquale), analisi del comportamento umano (noi tutti siamo Giuda, siamo Pilato, siamo ladroni ecc.). Oltre al fatto che la gente non ascolta più dopo l'ennesimo atto di accusa per il proprio presunto perbenismo (magari si fosse un po' perbene) e non credo sia pastoralmente una carta vincente quella di accusare sempre, il predicozzo lascia il tempo che trova.
Il latino è sparito dalle parrocchie e le pochissime volte che lo si utilizza, come l'Exsultet di Pasqua, ci si scusa col pubblico (trattasi spesso meramente di pubblico) dell'aver usato questa lingua. Mai nessuno loda questa lingua, invita a conoscerla, a gustarla. Si cerca di tradurre tutto, in modo che il cibo ai fedeli arrivi già masticato. Così non ne sentiranno neppure il gusto! Andare controcorrente è impresa pressochè impossibile, perchè si è automaticamente fuori da tutto. Le Messe col rito tridentino sono, quando va bene, una per regione e se si partecipa, con grandi sacrifici, a quelle, ci si trova completamente fuori da tutto, soprattutto se si hanno bambini. Io il mio l'ho portato diverse volte alla Messa di San Pio V, ma ora ha dovuto iniziare il catechiso e frequentare la parrocchia. Come posso portarlo a Messa a quaranta chilometri di distanza? D'altra parte vorrei che conoscesse la Tradizione (che neppure io conosco molto, essendo nata nel post-concilio). Come fare?
Una madre cattolica.




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25 dicembre 2005

Divide et impera: sulla situazione del tradizionalismo in Italia (2003)

DIVIDE ET IMPERA
Brevi considerazioni
sul Tradizionalismo cattolico in Italia

 

È innegabile che il fenomeno del tradizionalismo cattolico in Italia rappresenti un elemento di difficile discernimento, perché esso non è determinato da altri parametri, se non dal generico riferimento alla Tradizione, considerata nel proprio contrapporsi alla modernità dei modernisti, in un Paese ch’è da sempre sede del Papato. In ambito dottrinale, il tradizionalismo condannato come eresia non ha nulla a che vedere con il significato attuale del termine: se nel senso teologico esso è l’errore di chi crede l’indimostrabilità razionale dell’esistenza di Dio (affermata dal Concilio Vaticano I), nel senso odierno il tradizionalismo altro non è che l’insieme delle correnti, dei gruppi e dei singoli che dissentono dagli eccessi in cui è incorsa gran parte della Gerarchia a decorrere dal Concilio Vaticano II, che ebbe in Pio XII il lungimirante oppositore, in Giovanni XXIII l’incoerente e pomposo preparatore, in Paolo VI l’imbelle cooperatore e nell’attuale Pontefice lo zelante divulgatore. Si potrebbe dire, a voler esser più precisi, che questo tradizionalismo iniziò ad essere individuato come fenomeno a sé stante nel momento in cui la Chiesa – nei suoi più alti esponenti – lo accantonò deliberatamente e scientemente, per farsi portatrice del verbo della novità e dell’aggiornamento e cadere nel laccio in cui – in ambito filosofico prima e politico poi – erano già cadute molte menti all’epoca dei Lumi e delle Rivoluzioni. Fino alla convocazione dell’ultimo Concilio, essere tradizionalisti ed essere cattolici era sostanzialmente la stessa cosa, specialmente a partire da chi, sedendo sul Soglio di Pietro, ha ricevuto il mandato di custodire incorrotto ed immutato il Sacro Deposito: «Nihil innovetur, nisi quod traditum est».  

Se dunque è già arduo determinare il tradizionalismo, è ancora più difficile catalogare i gruppi ed i movimenti che si definiscono orgogliosamente o vengono spregiativamente definiti tradizionalisti. Assumeremo quindi in questa nostra analisi il senso più lato del termine, evitando di soffermarci sulla sua genesi storica e limitandoci ad una serie di considerazioni sulla situazione attuale.

 

La Chiesa militante

 

Militia est vita hominis super terram [1]. Seguendo le Sacre Scritture ed i Santi Padri, guardiamo agli eventi in cui ci troviamo come a fasi della guerra che si combatte tra Dio e Lucifero: se questa guerra è già vinta per la Chiesa, in forza della Redenzione e del non prævalebunt, lo stesso non si può dire per la sorte di ciascuno di noi, che il nemico può spingere al tradimento e trascinare con sé nell’abisso. 

Partendo da questa figura, san Tommaso conclude che la Chiesa può essere a giusto titolo paragonata ad un accampamento militare: Ecclesia similitudinem habet castrorum [2], onde essa è definita militante. L’Aquinate indica tre tipologie di conquista della Cittadella da parte dell’avversario. Il primo è il modo palese di quanti la stringono d’assedio, qui manifeste se erigunt contra Ecclesiam [3]. Il secondo è quello degli eretici, con cui essa latenter decipitur, è fatta cadere di nascosto e con l’inganno. Il terzo da parte di certuni servitori e domestici, per diversas corruptelas peccatorum quæ sunt ex corruptione carnis [4] 

Da sempre, fin dalla caduta degli angeli ribelli, la scelta dello schieramento è obbligata: qui non est mecum adversum me est [5]. Chi combatte sotto il vessillo di Cristo Re ha nel Papa il proprio Condottiero spirituale, in un ordine gerarchico chiaro e complementare che rispecchia l’ordine divino impresso da Dio al mondo. Nel mistero dell’iniquità, tuttavia, quest’ordine è stato sovvertito – ancorché solo temporaneamente, nell’attesa della vittoria finale – e specialmente ai nostri giorni si assiste ad un sistematico capovolgimento di ogni principio, ottenuto tramite la cancellazione delle differenze: vero e falso, buono e cattivo, giusto ed ingiusto, bello e brutto, ricco e povero, colto ed ignorante, uomo e donna. Ecco allora l’arbitrio della massa al posto dell’illuminato consiglio del sovrano, donde in campo ecclesiastico il collegialismo; ecco le leggi civili in contrapposizione alle leggi divine ed ecclesiastiche; ecco i diritti di Dio e della Chiesa conculcati, e le più aberranti deviazioni difese e promosse come conquiste sociali; ecco i giusti oppressi e gli iniqui esaltati.  

Un quadro desolante, non nuovo alla storia dell’umanità corrotta dal peccato originale, ma in cui fino al deprecato Concilio la Chiesa era schierata in assetto di combattimento con le sue terribili falangi, ed i suoi nemici l’avversavano temendola e sapendone la potenza. Certo, da sempre i nemici hanno adottato la tattica di infiltrarsi al suo interno e di indebolirne le difese: con le eresie, gli scismi, l’indebolimento morale, la rilassatezza dei costumi, l’attaccamento ai beni terreni; ma la Chiesa aveva sempre risposto a questi attacchi affermando le verità della Fede, difendendo le Virtù, comandando il digiuno e la penitenza, favorendo il sorgere di nuovi Ordini, nutrendo al suo seno Martiri, Confessori, Dottori, Vergini; aveva saputo far piegare il ginocchio dei re davanti alla Croce di Cristo, e conformare alla Sua legge gli ordinamenti delle nazioni; aveva informato le arti e le lettere suscitando genj e coltivando talenti; aveva riscattato al potere delle tenebre popoli interi convertendo i pagani, e ricondotto all’unità con la Sede di Pietro molti che le erano separati dall’eresia o dallo scisma.

Non a caso la detestabile liturgia riformata, coerente con quest’opera di ribellione satanica, ha soppresso una strofa eloquente dell’inno della Festa di Cristo Re: Te nationum Præsides honore tollant publico; colant magistri, judices, leges et artes exprimant. Non a caso questa festa è stata spostata alla fine dell’anno liturgico, in una visione escatologica che priva la Regalità del Salvatore della sua influenza sulla società. Non a caso si è presa la sequenza Dies iræ della liturgia dei defunti, la si è fatta a brani e la si è utilizzata come inno delle Ore minori. E sappiamo tutti che ben altre manomissioni sono state impunemente perpetrate, sotto lo specioso alibi della traduzione nella lingua volgare, senza parlare della riforma del Calendario, che ha ripercorso le gesta dei sanculotti.  

Temuta dal Turco, che ne riconosceva la forza morale e spirituale sulla Cristianità, la Chiesa aveva difeso dalla schiavitù e dall’idolatria maomettana l’Europa, unendo sotto le insegne del Redentore eserciti altrimenti divisi. La previdente vigilanza del Papato – in tranquillitate severitatis censuram non deserens [6] – aveva stanato e messo al bando dal Sacro Ovile non pochi lupi travestiti da agnelli, senza mai cedere nel controllo degli istituti educativi, massime dei seminari, delle scuole e, più recentemente, della stampa cattolica. Consci della guerra in atto contro Cristo ed il Suo Corpo Mistico, i Pontefici erano in grado di difendere la Cittadella della Chiesa dagli attacchi esterni, di punire i traditori interni, di attaccare il campo nemico con le armi della predicazione e dell’esempio: arma militiæ nostræ non sunt carnalia, sed potentia Deo ad destructionem munitionum [7]. Avevano i propri fidi generali nei Sacri Pastori: Prælati Ecclesiæ sunt duces, ad quorum officium pertinet contra omnia praedicta castra Ecclesiæ munire [8]; avevano il proprio esercito nel clero e nel popolo cristiano, le proprie milizie d’attacco nell’Inquisizione e negli Ordini predicatori, i corpi di soccorso negli Ordini femminili, ospedalieri e mendicanti. L’ordine e la disciplina avevano nell’obbedienza la risposta dei subalterni, e nella responsabile collaborazione dei comandanti un prezioso aiuto tattico e strategico. Né mancavano i servizi segreti, per indagare i piani dell’avversario e riportare al Comandante supremo. Magnificata nelle parole dello Sposo, la Chiesa appariva terribilis ut castrorum acies ordinata [9], non meno di ogni Vescovo: terribilis appareat adversariis veritatis; et, te ei largiente gratiam, impugnator eorum robustus exsistat [10].

 

Il Tradizionalismo e la crisi dell’Autorità

 

Se tuttavia oggi il certame appare dall’esito incerto, e si potrebbe quasi dire che le schiere cattoliche stiano per essere schiacciate dal nemico, non è senza una ragione, che va ricercata in molteplici cause, ma anzitutto nella crisi e nella perversione dell’autorità. Omne regnum in se ipsum divisum desolatur et domus supra domum cadet [11]. Una struttura gerarchica come la Chiesa si regge su questo principio, ed è al suo sovvertimento che ha lavorato il Nemico. In questo quadro il fenomeno del tradizionalismo conferma, nel suo particolare, le lacune della situazione generale.  

Alcuni gruppi tradizionalisti hanno una diffusione su tutto il territorio, mentre altri sono localizzati in aree specifiche; alcuni sono dotati di una pur minima struttura organizzativa, mentre altri ne sono privi ed operano in virtù dell’iniziativa dei singoli. Alcuni sorgono dalle ceneri di movimenti precedenti, altri da scissioni interne ad essi; alcuni rappresentano l’ala oltranzista di un più vasto movimento cattolico, mentre altri sono la frangia moderata di un’associazione più estremista; alcuni sono l’emanazione cattolica di un partito politico, altri la fronda politica di un gruppo cattolico. Alcuni si dicono vicini alla Fraternità San Pio X, pur rimanendo ben uniti giuridicamente alla Roma modernista, mentre altri si definiscono vicini alle posizioni più ortodosse della Santa Sede, mentre sostengono più o meno apertamente la Fraternità. Alcuni contano membri e sostenitori anche tra ecclesiastici e prelati di Curia, altri viceversa sono in relazione con esponenti del sedevacantismo; alcuni si giovano della guida di sacerdoti, altri non tollerano intromissioni del clero se non nelle questioni in cui esso risulta strettamente indispensabile. Alcuni si professano fedeli al Romano Pontefice, altri ne mettono in dubbio o ne negano apertis verbis la legittimità, sostenendo con varj argomenti questa o quella tesi. Chi non volesse ricondurre queste considerazioni sotto il più benevolo sguardo cattolico – forte della lungimiranza e della beata speranza che rende sicura e salda Santa Madre Chiesa – sarebbe indotto a ritenere che una tale babele di associazioni, gruppi e gruppuscoli ben difficilmente può sperare di muover guerra all’imponente falange modernista, non solo per l’esiguità dei suoi membri, ma per la totale disorganizzazione in cui essa si muove.  

In questa lunga ed estenuante guerra, ormai senza quartiere, il Comandante supremo è inspiegabilmente a capo dello schieramento opposto, che lo riconosce per propria guida senza tuttavia obbedirgli; i generali sono passati al nemico portando seco la truppa, inizialmente per una travisata obbedienza, poi perché i nuovi arruolati – e  specialmente i promossi in grado – sono stati educati secondo i principj del Novus Ordo. Suonano come profetiche le parole di Geremia: Omnes amici ejus spreverunt eam et facti sunt ei inimici. Facti sunt hostes ejus in capite, inimici illius locupletati sunt [12]. Ancor più profetiche le parole dell’esorcismo di Leone XIII, che nel Rituale di Giovanni XXIII furono censurate: Ecclesiam, Agni immaculati Sponsam, vaferrimi hostes repleverunt amaritudinibus, inebriarunt absinthio; ad omnia desiderabilia ejus impias miserunt manus. Ubi sedes beatissimi Petri et Cathedra veritatis ad lucem gentium costituta est, ibi thronum posuerunt abominationis et impietatis suæ [13]. 

San Tommaso ammonisce che nello schieramento della Chiesa occorre che vi siano sollicitudo ad mala vitanda, ordo ad ducem, terror ad hostes [14]: sollecitudine nell’evitare il male, ordine nei confronti del comandante e terrore verso i nemici. E invece la Cittadella non solo è sguarnita di ogni presidio, ma ha aperto le porte ed accolto festevole le orde nemiche, alleandosi ad esse. Le forze del cosiddetto Progresso sono potenziate dalle nuove leve di pseudocattolici ed avanzano compatte senza incontrare alcun ostacolo; pur nell’anarchia che imperversa tra i suoi ranghi e nella negazione del principio stesso di autorità, non si può non vedere un disegno ben congegnato ed un’unità di intenti: si autem et Satanas in se ipsum divisus est, quomodo stabit regnum ipsius? [15]  

Dall’altra parte i tradizionalisti si muovono in ordine sparso e senza una guida, pur riconoscendo essi in linea teorica l’autorità del loro Comandante supremo, che oggi si trova nelle file nemiche. Rimangono – rimaniamo – pochi, inesperti al comando e senza ordini univoci. Asserragliati in uno spazio ancora inconcusso, ma per il semplice motivo che chi ci assedia non lo ritiene strategico. Nessuno suona il segnale dell’attacco; non sappiamo se imbracciare la balestra contro chi ci bombarda con missili dall’alto, o se versare olio bollente dagli spalti della nostra torre su un avversario che dispone di carri armati. I nostri pochi comandanti e luogotenenti si trovano quasi inermi contro le schiere dei modernisti, che si fanno forti del Papa, di un Sacro Collegio nominato ad arte e di un Episcopato infingardo e connivente, se non deliberatamente scelto tra i campioni della parte avversa. Tutti solleciti, questi, a protestarsi fedeli sudditi della sua Sacra Persona, finché si bruciano incensi agl’idoli, si pontifica di solidarietà e di diritti dell’uomo o si rinnegano le glorie della Santa Chiesa, ma subito pronti a tradirlo o a farsi scherno di lui, quando solo osa ricordar loro i più basilari elementi della sana dottrina. Mercenari al soldo del Principe di questo mondo, essi si rendono ben conto che senza un Capo non c’è Chiesa, e proprio in forza di ciò se lo tengono ben stretto, fino a quando, cancellata la memoria del vero Cattolicesimo, essi non possano finalmente abbatterlo, ut destructo Pastore, et gregem disperdere valeant. Non diversamente agì la setta nefanda con le Monarchie europee, che prima seppe corrompere e poi travolse con l’impostura dei plebisciti o l’odio delle rivoluzioni. Essi stanno lavorando da secoli per imporre le loro menzogne sulla Chiesa, attribuendole le peggiori nefandezze e tacendo i suoi meriti; dalla leggenda nera dell’Inquisizione alle guerre di religione che essa avrebbe fomentato, dai roghi delle streghe all’oscurantismo, il tutto supinamente suffragato dal Di nuovo tante scuse – altro che Mea culpa – delle più alte sfere vaticane. Inutile dire che questa presa di distanze della sinagoga romana dalle presunte colpe della Chiesa, e la contestuale difesa della verità storica da parte dei tradizionalisti, fanno sì che un giudizio d’inappellabile condanna ricada totalmente sugli integralisti cattolici. 

L’assenza di un Capo, o meglio la sua latitanza, fanno sì che nello schieramento della Tradizione viga la più desolante autonomia decisionale: anche se tutti riconoscono il nemico nel modernismo e nella congerie dei suoi errori, anziché muovere uniti contro di esso, ciascuno sceglie la via che ritiene migliore, l’arma che crede più efficace, il luogo per l’agguato che pensa più strategico. Ognuno diventa il referente di se stesso, il generale ed il fante, il legislatore ed il suddito: esattamente come avvenne nelle sette riformate e separate da Roma, le quali da secoli girano come banderuole al vento delle mode, le une conservando antichi riti precedenti al Concilio Tridentino, altre accomodando ai propri gusti Scritture e Sacramenti, altre infine sostituendo la sacra potestà con assemblee ed il santo sacerdozio con presidenti. Il paradosso è nondimeno evidente: chi vuol rimanere nella Chiesa è mandato al confino o ne viene allontanato con sanzioni canoniche ed accusato di scisma, e chi viceversa si adopera per la sua demolizione vi viene accolto in nome del dialogo e della tolleranza, per la quale un tempo vi erano apposite case, mentre oggi evidentemente ci sono chiese. Il pacifismo irenista dei modernisti non impedisce loro di dichiarar guerra contro la Tradizione: venatione ceperunt me quasi avem inimici mei [16]; il loro perverso ecumenismo in nome del quale essi si fanno caudatarj di eretici ed idolatri consente loro di scacciarci come scomunicati vitandi dalle chiese e di escluderci da qualsiasi dialogo; la loro meschina tolleranza religiosa si applica con tutti, fuorché con noi. E l’Inferno, di cui arrivano a negare l’esistenza, apre nondimeno le sue fauci solo per i ribelli di Mons. Lefebvre. Onde a qualcuno verrebbe spontaneo citare orgogliosamente le parole di Dante: E io, che ascolto nel parlar divino consolarsi e dolersi così alti dispersi, l’essilio che m’è dato, onor mi tegno [17].

 

La perversione dell’Autorità

 

I vessilli dell’armata ottomana conquistati a Lepanto vengono restituiti per smania di servilismo da un indegno successore di San Pio V; i pavimenti di un’antica basilica cristiana vengono donati per la costruzione di una moschea in Roma, quella Roma un tempo felix perché battezzata nel sangue dei Santi Apostoli Pietro e Paolo; la tiara viene deposta da chi peraltro ne era indegno, non per abdicare al proprio orgoglio luciferino, ma per spodestare con enfasi la sovranità del Romano Pontefice sui Tre Regni e negare implicitamente al Papato la sua Regalità vicaria: tradidit in indignatione furoris sui regem et sacerdotem [18]; gli altari delle nostre chiese vengono profanati con sacrifici agli idoli e riti pagani: Manum suam misit hostis ad omnia desiderabilia ejus, quia vidit gentes ingressas sanctuarium suum, de quibus præceperas, ne intrarent in ecclesiam tuam [19]; l’unica vera Religione viene avvilita al livello delle sette e delle superstizioni più raccapriccianti: Princeps provinciarum facta est sub tributo [20]; i capi della Sinagoga si abbracciano ipocritamente con il Vicario di Colui che hanno crocifisso duemila anni orsono, dopo aver ottenuto la negazione delle loro responsabilità nel deicidio; e questi, per non far torto a nessuno, si prostra a baciare il Corano e le irriferibili bestemmie delle sue sure: quoniam omnes dii gentium dæmonia [21]; i gran maestri delle società segrete vengono ricevuti nei Sacri Palazzi con mille onori, assieme ai dittatori comunisti ed ai persecutori della Chiesa; le leggi concordatarie delle Nazioni un tempo cristiane vengono modificate in senso laicista su richiesta della stessa Santa Sede, salvo poi levare un tenue belato allorché l’assise massonica europea non nomina Iddio nella propria laicissima costituzione, o quando leggi indegne dei barbari fanno strage di bambini nel ventre materno o di vecchi sofferenti, dopo aver demolito sistematicamente i fondamenti naturali della morale e della famiglia. Facta est quasi vidua domina gentium. Omnes persecutores ejus apprehenderunt eam inter angustias [22].

 

La risposta dei tradizionalisti

 

Nessuno dei nostri capitani, siano essi Vescovi, monsignori, sacerdoti o laici, ha il potere di avocare a sé l’autorità, perché così facendo negherebbe quella del Sovrano legittimo, a cui a giurato fedeltà. Chi lo ha fatto – credendo di risolvere alla radice il problema negando che vi sia ancora un Sovrano legittimo o designando se stesso come tale – non si avvede che anche nel rendersi ridicolo agli occhi del nemico egli indebolisce i difensori della giusta causa. Ma a certi atteggiamenti irresponsabili non può corrispondere, come risposta, un’inerte attesa degli eventi. Non è chi non veda che il postconcilio si è rivelato deleterio per la Chiesa – prima si sono svuotati i seminari ed i conventi, ora si vanno svuotando anche le chiese, e non parliamo solo dei loro arredi! – e che non vi è più nulla da attendere. L’atteggiamento interlocutorio – caro a molti nostri Prelati – presuppone un interlocutore, che prima non ascoltava e da tempo ormai è sordo alle nostre richieste. E mentre c’è chi crede di fare anticamera, l’esito del tempo che passa senza darci un’organizzazione è sotto gli occhi di tutti: manipoli allo sbando si trovano ogni volta sconfitti e dispersi, senza aver nemmeno indebolito l’avversario. Sbagliate le incursioni in accampamenti deserti, sbagliati i modi di intervento: armi vetuste ed argomenti da panegiristi d’antan contro multinazionali del modernismo con il logo dei rinnegati di don Alberione e di don Bosco; improvvisate tecnologie moderne – siti internet mai aggiornati, posta elettronica quasi sconosciuta, bollettini autocelebrativi senza proposte concrete e linee direttive chiare, comunicati stampa che sanno tanto di segreteria di partito – per far da contraltare a chi della modernità è secolare alleato ed assoluto moderatore. Quante energie sprecate!

 

La lampada sotto il moggio

 

Inutile dire che risultano inefficaci e quasi invisibili anche i nostri presidj: cappelle disadorne e clandestine in locali profani, altari improvvisati in sale d’albergo o negozi, centri di Messa in case private. Eppure le chiese sconsacrate non si contano, né le Curie paiono detenere ancora una tale influenza, da poter impedire ad un privato o all’amministrazione pubblica di venderle o affittarle alla Fraternità. Oportet hoc Evangelium regni prædicari in universo orbe [23]. Se non ci si persuaderà per tempo che il cattolico italiano medio ha una mentalità “romana” nel senso migliore, e che difficilmente si adegua ad assistere alla Messa in un capannone dimesso lasciando la propria parrocchia, gran parte dell’apostolato perderà efficacia;  questi trent’anni di orrori dottrinali e liturgici non hanno condotto nei nostri oratorj nemmeno una decima parte dei fedeli che, per disgusto, hanno abbandonato la liturgia postconciliare: chi timidamente si è affacciato in una delle cappelle in cui si celebra la Messa tridentina ne ha tratto semplicemente l’idea di una confraternita o di un gruppo, se non di una setta, e se ne è tenuto ben lontano, comprensibilmente. Egli non vuole partecipare a riunioni o raduni, ma solo alla Messa; non cerca l’ascondimento della società segreta, ma la solare appartenenza alla Chiesa Cattolica.  

Il Papato ha ben presenti questi concetti: ci vuole forzatamente settarj e confinati nelle catacombe, perché da lì siamo innocui e nessuno è invogliato ad unirsi a noi, a parte qualche stravagante, fanatico o solitario.  

Perché non alziamo finalmente il capo e pretendiamo di usufruire di quei diritti che la legge non nega ai seguaci delle false religioni? Forse perché, ritenendoci cattolici, non possiamo chiedere di aprire un luogo di culto che lo Stato – in virtù del Concordato – non considera cattolico? Dobbiamo allora subire una doppia sconfitta: quella di non essere riconosciuti come cattolici dalla Chiesa, e quindi di non poter avere le sue chiese; e quella di doverci dichiarare cattolici davanti allo Stato, e quindi di non aver titolo per chiederne una al pari delle sette? È per questo che da trent’anni non abbiamo una chiesa nemmeno in una delle maggiori città italiane, mentre sappiamo sempre trovare un garage in periferia in cui innalzare un altare? O forse perché mancano le risorse economiche, e mentre all’estero i tradizionalisti non esitano metter mano al portafoglio per aiutare i loro sacerdoti, da noi alla questua domenicale si racimolano solo poche monete?  

Non potest civitas abscondi supra montem posita, neque accendunt lucernam et ponunt eam sub modio sed super candelabrum ut luceat omnibus qui in domo sunt [24]. 

Se pensiamo a quali e quanto rilevanti effetti si sono avuti all’estero dall’acquisizione di una vera chiesa – si pensi al caso di San Nicola di Chardonnet a Parigi – non può che essere considerato prioritario ripetere l’esperienza anche in l’Italia, ammesso e non concesso che si voglia poi rinnovare il proprio approccio pastorale con l’arrivo di nuovi fedeli, o non si preferisca viceversa la tranquilla gestione di realtà periferiche che contano a stento qualche decina di frequentatori. Poiché una chiesa aperta al culto comporta scelte ben chiare: un sacerdote che vi celebri quotidianamente almeno una Messa e che sia in confessionale a disposizione dei fedeli; dei chierichetti ben istruiti ed assidui ai riti; un sacrestano che si occupi delle pulizie e suoni le campane; un organista per le funzioni domenicali e festive e via elencando. È evidente che nel momento in cui una qualsivoglia organizzazione tradizionalista – e principalmente la Fraternità, che più è in odio ai modernisti – dovesse riuscire in questo intento, si troverebbe scatenato contro l’Ordinario del luogo e tutto il suo clero, con lettere pastorali lette dai pulpiti e sanzioni canoniche severissime per quanti dovessero entrare in contatto con gli scismatici. Questi provvedimenti dimostrerebbero, da soli, il terrore che hanno i settatori della nuova religione di avere degli oppositori non più ghettizzati e trattati da paria, ma dotati di una propria autonomia cultuale e pastorale ben visibile che costituirebbe un non desiderato termine di confronto per chi è in buona fede. Dall’altra parte, nondimeno, si dovrebbe finalmente render conto – come è già accaduto all’estero – di non pochi aspetti giuridici e canonici che da trent’anni rimangono ancora senza risposta ufficiale: dalla questione degli effetti civili dei matrimoni contratti davanti ad un ministro della Fraternità, alla redazione dei Registri parrocchiali; dalla giurisdizione territoriale nell’assolvere i penitenti alla possibilità di conferire la Cresima e mandarne comunicazione alla parrocchia del cresimato; dalla disciplina sui giorni di penitenza al digiuno eucaristico. Tutte cose che – nella situazione attuale – non rappresentano un problema concreto, a causa della non ufficialità della nostra presenza in Italia, e che quindi non comportano nemmeno l’assunzione di precise responsabilità innanzi alla Gerarchia ed al popolo cristiano. Si ricordi infine che questa posizione ibrida e non stanziale della Fraternità, lungi dal consentirle di raggiungere un maggior numero di fedeli, fa sì che essi siano sostanzialmente alla mercè di se stessi, per lo più privi di una guida spirituale costante e di quel sano controllo che ancor oggi può avere un qualsiasi parroco sui propri parrocchiani, e che molti tradizionalisti – abituati a decenni di sbando disciplinare – non vedono di buon occhio e quasi temono una riorganizzazione della Fraternità, perché questa li obbligherebbe a rientrare nei ranghi e a rinunciare alle posizioni protestatarie grazie alle quali potevano darsi alla macchia in qualsiasi momento, per poi ricomparire al primo cambio di priore o di cappellano. Tutto sta nel capire – o quantomeno nel chiarire una volta per tutte – se l’Italia rappresenti per la Fraternità una nazione da riconvertire alla Tradizione come ad esempio l’America o la Francia, oppure se essa sia da considerarsi terra di nessuno in cui avventurarsi fugacemente solo per recuperare i propri feriti.

 

Il disorientamento dei fedeli

 

Immaginiamo quindi quanto può essere difficile per un cattolico praticante spiegare al proprio parroco, ai propri famigliari, conoscenti ed amici una scelta di rottura che, sottraendolo pur solo apparentemente alla sottomissione alle Sante Chiavi, lo pone di fatto fuori da una comunione di tradizioni ed abitudini che fanno parte della sua vita quotidiana: dalla Messa cantata della notte di Natale alla benedizione delle case, dal Battesimo dell’ultimo nato all’Estrema Unzione del nonno morente, dal catechismo dei figli al loro matrimonio. Scelta che appare doverosa sotto il profilo morale, ma comprensibilmente difficile dal punto di vista umano, proprio perché – a differenza di altre nazioni – la religione fa parte integrante della maggioranza degli italiani. 

Non stupiamoci allora se le chiese in cui si applica l’Indulto papale contano più fedeli. Pur essendo chiaramente dei palliativi liturgici con la sottintesa ipoteca dell’adesione al Concilio, le Messe tridentine celebrate in una chiesa normale hanno qualcosa di esteriore che manca alle nostre, specialmente agli occhi di un fedele nato e cresciuto in una società nonostante tutto ancora cattolica, non foss’altro che negli aspetti più esteriori. E non dimentichiamo che fino agli anni Ottanta vi erano parrocchie in cui si cantavano ancora i Vespri preconciliari, e non poche cattedrali in cui si pontificava secondo il vecchio cerimoniale; si vedevano sacerdoti in veste e berretta, e Vescovi in cappamagna. Le processioni erano frequenti e per il Corpus Domini si ornavano i balconi delle case. 

Per questa ragione, suscita non poche perplessità quel nostro giansenismo liturgico di matrice gallicana, forse troppo sollecito nello spogliare della loro naturale ricchezza i riti, per il timore di essere messi sullo stesso livello di quanti – con un eccesso opposto – riesumano mazzieri in polpe e fasti barocchi anche alla Messa letta. Quello che in Francia era già scomparso dagli anni Trenta, in Italia sta esalando gli ultimi respiri solo in questo inizio di Millennio, per cui non ci si deve meravigliare se, dopo il primo impatto entusiasta per aver assistito ad una Messa tridentina, alcuni si chiedono se la povertà delle nostre funzioni abbia solo nella ristrettezza dei mezzi la propria causa, o se non si sia ritenuto più semplice importare usanze da pieve normanna, anziché istruire i propri chierici sulle consuetudini italiche. Consuetudini – sia detto per inciso – che solo la riforma postconciliare ha in parte soppresso, ma che nelle Rubriche del 1962 avevano ancora forza di legge e non potevano quindi essere disattese in alcun modo. E se è vero che questi sono aspetti formali e non sostanziali, e che è preferibile la Messa tridentina in un antro della terra piuttosto del Novus Ordo in una basilica romana, è anche vero che la Chiesa non ha mai sottovalutato l’importanza della maestà dei riti come strumento di edificazione dei fedeli, per i quali la Presenza Reale è più comprensibile sotto forma di una voluta d’incenso che vela l’immagine dell’Ostensorio, che non in una speculazione teologica.

 

Le lusinghe del nemico

 

Alcuni dei nostri finiscono perciò per arrendersi e consegnarsi al nemico, il quale talvolta infierisce con perfidia contro di loro, più spesso invece compra la loro fedeltà con favori e concessioni irrisorie, non ultimo il summentovato – e scarsamente applicato – Indulto apostolico del 1984. E quei tradizionalisti che si ritrovano obtorto collo tra i modernisti debbono poi far buon viso a cattivo giuoco, e mostrarsi grati alla sovrana clemenza che, lungi dal ridurli in servitù e costringerli ad abiurare formalmente al Cattolicesimo, se li annette ad aumentare il numero dei traviati dalle lusinghe di un po’ di latino e di gregoriano, dalla vanità di una veste prelatizia o di una mitria in capo, dalla finzione di una liturgia monastica mai esistita se non nei farneticamenti di qualche abate d’oltralpe. Costoro troveranno a rincuorarli i fautori della Quinta Colonna, i Tradizionalisti del Silenzio, i Dissenzienti del Nulla, che continuano a ritenersi cattolici solo perché ricevono a casa il bollettino di un seminario toscano o perché, al sacerdote che a Messa dice Signore pietà rispondono sottovoce Kyrie eleison, salvo poi comunicarsi in piedi con cialde di riso e fare mille distinguo sulla presunta intransigenza della Fraternità.

 

Le divisioni intestine

 

Un altro chiarissimo segno dell’assenza di un’Autorità è dato dalle divisioni intestine al movimento tradizionalista, raramente sulla base di divergenze teologiche, più di frequente per ragioni futili se non puerili. E dire che frater qui juvatur a fratre, quasi civitas firma [25]. Scomuniche tra chi è già stato scomunicato a priori dal sinedrio romano, e che giovano solo ad esso, nella logica del divide et impera. Dovremmo riconoscerlo serenamente: le nostre intransigenze in questioni sostanziali talvolta ci inducono ad essere parimenti intransigenti quando potremmo essere invece comprensivi o quantomeno tolleranti.  

Non parliamo dei sedevacantisti dell’ultim’ora – quelli che aspettano sempre un ultimo gesto sconcertante della Sede Apostolica per promulgarne ufficialmente la vacanza – che danno alle stampe un velenoso pamphlet contro chi si astiene dal trarre le conclusioni più ovvie da atti che, in altri tempi, avrebbero valso il rogo per l’averli solo ipotizzati. Non parliamo nemmeno di quanti prendono a pretesto la Liturgia Romana per dare un completamento di vana spiritualità alle proprie velleità estetiche, senza riformare i propri costumi o anzi facendosi scudo del tradizionalismo per giustificare il giudizio negativo formulato nei loro confronti per ben altri motivi. Né di chi, per sfoggiare patenti di recente nobiltà o per puro esibizionismo ideologico, cerca di introdursi nei salotti dell’aristocrazia romana – quantum mutata ab illa! – entrando dalla sacristia. E non vogliamo parlare nemmeno delle persone dalla grigia esistenza che, per dare una nota di colore ad una vita impiegatizia, si improvvisano paladini della controrivoluzione e vendono coccarde e cravatte col giglio di Francia ai convegni tradizionalisti dei più disparati movimenti. Lasciamo cadere in Lete anche i pochi superstiti nostalgici del Ventennio, cui la Messa in latino ricorda solo la giovinezza in orbace: il disprezzo di cui in ambito politico sono fatti impietosamente oggetto dai paladini della democrazia ai loro occhi ben si accompagna con l’odio religioso da parte dei corifei della riforma. 

 Lungi infine da noi voler includere quanti sono nati e cresciuti sotto le nefaste influenze del Sessantotto e del Comunismo, e che si sono convertiti alla Tradizione per quello stesso spirito di rivolta nei confronti della Chiesa che in precedenza li aveva portati a cantare Bandiera rossa ai cortei di scioperanti o ai cancelli della fabbrica: insubordinati per natura e contestatori per vocazione, essi approfittano dell’attuale situazione per continuare ad essere, sotto altre insegne, uguali a se stessi.

Quando nominiamo le divisioni intestine al tradizionalismo, parliamo altresì delle fazioni tra i sostenitori della simplicitas monastica dei riti ed i difensori della romanitas liturgica; parliamo dei rapporti tesi tra chi si conforma alle Rubriche del 1962 e chi invece viene additato alla pubblica riprovazione perché segue quelle di San Pio X; dei chierici che non portano la berretta in capo – ancorché prescritta – e ridicolizzano quanti ne fanno uso; dei laici che sostano fuori della chiesa fino a che non suona l’ultima campana della Messa e di quelli che borbottano e quasi concelebrano con il sacerdote, gli uni eccedendo in abitudini contadine da fine secolo, gli altri travalicando il proprio ruolo e presumendo di insegnare anche a chi sta sull’altare. Parliamo di quanti – per la modesta condizione sociale, per il pregiudizio del censo o per elucubrazioni personali – si lamentano con il sacerdote perché preferiscono recitare a mezza voce le proprie devozioni anche durante la Consacrazione anziché cantare in gregoriano; esso, affermano, disturberebbe il loro raccoglimento, per ritrovare il quale non esitano ad alzare il tono della voce, a cambiar posto in cappella o a sbuffare vistosamente. Sarà opportuno spiegare a costoro che l’azione pubblica della Chiesa non può certo piegarsi alle comodità dei singoli, e che dovrebbero sollevare gli occhi dalla Filotea e gustare i tesori di spiritualità e di dottrina che il canto sacro sublima mirabilmente. O quantomeno esercitare cristianamente la pazienza anziché sabotare le Messe solenni. Parliamo dei puristi della classicità che distorcono Kyrie in Kurie, in ripicca ai disinvolti o agli ignoranti del sicut in cælis et in terram; dei tradizionalisti leghisti che non salutano i tradizionalisti di Alleanza Nazionale, men che meno di Forza Italia; dei tradizionalisti sabaudi che pretendono la precedenza in processione rispetto ai tradizionalisti borbonici. Parliamo dei tradizionalisti insigniti di decorazioni cavalleresche messi alla berlina dai tradizionalisti liberali e democratici. Parliamo di quell’associazione piemontese che organizza per i fatti propri una Messa pontificale nella Basilica Liberiana, senza coinvolgere un’altra associazione romana (declinata all’ablativo), palesando tra mille errori liturgici la propria sesquipedale incompetenza e legittimando, per le concessioni in omittendo fatte ai prelati presenti, alcune vistose assenze, prima tra tutte quella della Fraternità. E l’elenco non potrebbe che continuare, se ragioni di carità non ci inducessero a chiuderlo qui.

 

Conclusione

 

Questi antagonismi, queste divisioni, queste ripicche dovrebbero trovare una soluzione in tempi brevi, e l’unica via ipotizzabile è l’assunzione di decisioni da parte di chi è costituito in autorità, ancorché essa sia – sotto un profilo giuridico – menomata: non si è infatti mai data, nella storia della Chiesa, una potestà d’ordine e di ministero separata dalla potestà di giurisdizione, proprio perché il diritto di esercitare la prima – fatta eccezione per lo stato di necessità – identifica i soggetti su cui esercitarla nella seconda e in essa si completa. Sin dalle Consacrazioni episcopali del 1988 – che segnarono la rottura con la Santa Sede e che essa attendeva ed anzi auspicava, ritenendole pretestuosamente risolutive della controversia con la Fraternità – questo stato di necessità è stato affermato e ribadito più volte, ma pare sia servito solo a trasmettere la successione apostolica ai Presuli, non certo a reggere Diocesi dall’alto di una cattedra episcopale.  

Ora, con tutta la deferenza e l’umiltà, ci sembra giunto il momento di invocare da chi guida la Fraternità un segnale chiaro ed inequivocabile non solo per il proprio clero, quanto piuttosto e soprattutto per i fedeli che ad essa ricorrono. È necessario impartire delle indicazioni e dare delle disposizioni che permettano, nel disordine in cui ci troviamo, di combattere insieme per la difesa dell’ultimo baluardo cattolico qui stat in signum populorum [26]. Indicazioni sull’azione pratica (famigliare, sociale, politica) e non solo insegnamenti spirituali, poiché questi possono illuminare ed informare quelle, ma non certo sostituirsi ad esse in un atteggiamento quasi fideistico. Il laicato tradizionalista attende un segnale, cerca un capo che lo guidi, ha bisogno di unità e di coesione. In questo, la Fraternità non può sottrarsi dall’avere un ruolo determinante, sapendo di combattere quel bonum certamen [27] in virtù del quale possiamo dire: si Deus pro nobis, quis contra nos? [28]

 

Baronio



[1] Job. VII, 1

[2] Super Epistolam B. Pauli ad Colossenses lectura, Proœmium

[3] Ibid.

[4] Ibid.

[5] Luc. XI, 23

[6] Pont. Rom., De Consecratione Electi in Episcopum

[7] II Cor. X, 4

[8] Super Epistolam B. Pauli ad Colossenses lectura, Proœmium

[9] Cant. VI, 3

[10] Pont. Rom., De Consecratione Electi in Episcopum

[11] Luc. XI, 17

[12] Lam., I, 2 e 5

[13] Acta Apostolicæ Sedis, vol. XXIII. Nemici tremendi hanno riempito di amarezze ed inebriato d’assenzio la Chiesa, Sposa dell’Agnello immacolato; hanno posto mano con empietà alle sue cose più desiderabili. Dove è stata costituita la sede del beatissimo Pietro e la Cattedra della verità per illuminare le genti, essi hanno posto il trono dell’abominazione e della loro empietà.

[14] Super Epistolam B. Pauli ad Colossenses lectura, Proœmium

[15] Luc. XI, 18

[16] Lam. III, 52

[17] Rime, Canzone Tre donne intorno al cor mi son venute, 73-76

[18] Lam. II, 6

[19] Lam. I, 10

[20] Lam. I, 1

[21] Ps. XCV, 5

[22] Lam., I, 1 e 3

[23] Matth. XXIV, 14

[24] Matth. V, 14-15

[25] Prov. XVIII, 19

[26] Is. XI, 10

[27] II Tim. IV, 7

[28] Rom.Rom, VIII, 31




permalink | inviato da il 25/12/2005 alle 16:30 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

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