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  archivum La Liturgia Romana e il Rito Tridentino
 
Diario
 


Nota previa
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La citazione
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Sto leggendo 1
Les usages et le costume ecclésiastique
di Mons. Xavier Barbier de Montault

Ho appena visto
...

Vorrei vedere
il Papa che pontifica secondo il Rito romano

Domande scomode
...
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Concetti cattolici espressi da un protestante
"Le liturgie non sono inventate: esse crescono nella devozione di secoli". Owen Chadwick, storico protestante, in: The Reformation, Londra, 1972, pag. 119

Concetti protestanti espressi da un cattolico
"[abbiamo proceduto ad] un lavoro di ripulitura della liturgia dalle incrostazioni che si sono sovrapposte nei secoli". Mons. Piero Marini, Cerimoniere papale, in: La Civiltà Cattolica, 2003 III, pagg. 155-166, quaderno 3674 del 19 luglio 2003

Concetti cattolici espressi da un cattolico
"Quando la liturgia è qualcosa che ciascuno si fa da sé, allora non ci dona più quella che è la sua vera qualità: l'incontro con il mistero, che non è un nostro prodotto, ma la nostra origine e la sorgente della nostra vita". Joseph Ratzinger, La mia vita: ricordi 1927-1977, Milano, 1997, pagg. 112

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Link dell'Archivum Liturgicum
(sito ufficiale)




2 aprile 2007







Per informazioni: www.ecclesiacatholica.com/trimeloni




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14 marzo 2007

Compendio di liturgia pratica

Ho il piacere di informarvi che a breve verrà pubblicato il Compendio di liturgia pratica di padre Trimeloni, in una nuova edizione aggiornata d ampliata. Dovrebbe uscire in libreria ad Aprile.  

Ulteriori informazioni possono essere reperite sul nuovo blog http://ecclesiacatholica.blogspot.com/

Baronio




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31 gennaio 2007

ATTENZIONE: NUOVO BLOG

Siccome continuo ad avere problemi con la gestione di questo blog, ne ho creato un altro, che da oggi in poi sostituirà il presente.

Il nuovo blog è alla pagina
http://ecclesiacatholica.blogspot.com

Vi invito a volerlo memorizzare tra i preferiti.
Grazie

Baronius




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27 gennaio 2007

URGENTE

Mi scuso con i lettori per i commenti lasciati da alcune persone. Ho chiesto l'intervento del Cannocchiale per aiutarmi a cancellarli quanto prima. D'ora in poi ogni commento verrà preventivamente approvato prima di essere pubblicato.




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5 dicembre 2006

Alcune precisazioni sulla Visita Apostolica in Turchia & alia

Vorrei condividere con voi alcune notizie su cui al momento la stampa pare voler dar corso alla ben nota manipolazione:

- come per la visita ad una moschea da parte di Giovanni Paolo II, e' stato presentato a Benedetto XVI il libro del Corano, ma il Papa non lo ha baciato;

- quando il Gran Mufti' ha invitato il Papa a pregare, egli ha preso tra le mani la Croce pettorale ed ha recitato sottovoce una preghiera. Se si pensa che in carti paesi islamici e' addirittura vietato portare una Croce e che la compagnia aerea Swiss Air deve coprire la bandiera svizzera prima di arrivare in un aeroporto di uno stato islamico (per il solo fatto che ha la croce anch'essa), non e' da poco vedere la Croce di Cristo entrare in una moschea.

Vi pare che la stampa abbia evidenziato questi fatti?

Ancora: si apprende con viva soddisfazione che il Papa ha ordinato alle Conferenze Episcopali di rendere nelle traduzioni in lingua vernacolare il testo latino "pro multis" della Consacrazione, che trent'anni fa fu tradotto arbitrariamente "per tutti", "for all", "pour tous" ecc.  Chissa' come reagiranno i modernisti...




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14 novembre 2006

ET PORTAE PARADISI NON PRAEVALEBUNT ADVERSUS EAM...

Quando ho aperto questo blog ero animato dalla piu' sincera speranza che la fine del pontificato di Giovanni Paolo II e l'ascesa al soglio pontificio di Benedetto XVI potesse finalmente porre fine allo strapotere dei modernisti. Le notizie che giungevano dalla Curia romana parevano confermarmi nella mia persuasione che quasi trent'anni di dittatura dei wojtiliani non avrebbero impedito al nuovo Papa di riportare la navicella di Pietro sulla rotta dell'ortodossia e della disciplina.

Ahime' devo ricredermi. E mi permetto di parafrasare le parole della Sacra Scrittura per chiedermi se oggi le forze del bene non abbiano ad infrangersi contro gli scogli del modernismo, dell'ecumenismo, dell'apostasia, quasi vi fosse una promessa infernale, secondo cui "portae paradisi non praevalebunt adversus synagogam Satanae".

Sono davvero stanco. Stanco di sperare che il Pontefice voglia prendere atto del fallimento del detestabile Conciliabolo Vaticano II; dei danni causati dall'orribile riforma liturgica di Bugnini e dei suoi eredi; del laicismo blasfemo che nega a Cristo la Sua divina regalita' sulla societa'; del collegialismo che spodesta il Papa per spodestare Colui di cui egli e' Vicario; del diritto dei cattolici di esser guidati da Pastori di sicura fede e di salda moralita', anziche' da effeminati immorali o da eretici; dello sfascio morale e disciplinare del clero, ribelle ed ignorante per scelta. Egli lamenta flebilmente gli effetti, senza vederne le cause prossime e remote. Deplora timidamente gli abusi, senza avvalersi della Autorita' Apostolica che gli da' potere immediato sui propri sudditi, specialmente ecclesiastici. Propone circostanziando, anziche' imporre autorevolmente comminando giuste pene ai trasgressori.

Diritti per tutti: diritti per chi celebra la Messa di Halloween con la maschera da cane e fa amministrare la Comunione da femmine vestite da diavoli; diritti per chi adotta il travestitismo come prassi di vita e lascia la talare o la veste prelatizia ad ammuffire nell'armadio; diritti per chi insegna dalle cattedre cattoliche vere e proprie eresie; per chi profana la santita' dell'Ordine Sacro e zela per la distruzione della Gerarchia; diritti per i frati che violentano suore, per i sacerdoti che ingravidano la propria perpetua e la costringono ad abortire, per quelli che non accorrono al letto del morente per amministrare il Viatico perche' si abbandonano in squallidi bordelli ai vizi piu' turpi, nell'omerta' pavida del proprio Vescovo.

Ma nessun diritto per chi veste l'abito talare, per chi celebra la Messa romana, per chi predica ed insegna la dottrina cattolica, per chi vive nella penitenza e nell'abnegazione. Nessun diritto per chi contesta l'errore e lo combatte. Nessun diritto per chi implora da decenni il ritorno del vero cattolicesimo sociale contro il populismo democraticista di matrice conciliare.

A questo punto, visti i numerosi impegni e lo scarsissimo appoggio ottenuto sinora (quasi solo critiche aspre e sterili, e pochissimi incoraggiamenti), ho deciso di interrompere l'aggiornamento del blog e di impiegare il mio tempo altrimenti. Lo sforzo profuso sinora finisce qui. e finisce anche l'aggiornamento dell'Archivum Liturgicum, visti i costi che esso comporta e la mancanza di qualsiasi sostegno da parte di tanti che pur si fregiano del nome vuoto ed altisonante di tradizionalisti.

Nunc dimittis servum tuum, Domine...




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30 maggio 2006

Novissimae vociferationes

Si vocifera dai Sacri Palazzi che a breve verrà nominato Maestro delle Celebrazioni liturgiche del Sommo Pontefice il comasco mons. Enrico Viganò (attualmente Cerimoniere Pontificio) al posto di mons. Piero Marini, e che quest'ultimo venga designato alla Fabbrica di San Pietro.

Monsignor Enrico Viganò, del Clero della Diocesi di Como, è nato a Milano l'11 giugno 1944. Il 29 giugno 1968 è stato ordinato Sacerdote nel Duomo di Como. Oltre a ricoprire l'incarico di Cerimoniere Pontificio, Mons. Viganò è attualmente Coadiutore della Patriarcale Basilica di San Pietro in Vaticano e Aiutante di Studio presso l'Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche del Sommo Pontefice.




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12 aprile 2006

La Liturgia romana non e' mai stata abolita

Diverse fonti confermano che domani, Giovedi' Santo, dovrebbe uscire un importante documento del Papa avente come argomento la validita' attuale della Liturgia tridentina. Questo documento - si dice in forma di Motu proprio - e' gia' stato firmato e dev'essere solo promulgato ufficialmente. Recentissime udienze del Papa concesse al card. Arinze lasciano supporre ragionevolmente che la data di pubblicazione sia appunto domani.




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8 aprile 2006

La Conferenza Episcopale Francese apre ai Tradizionalisti

Non e’ passata inosservata la concomitanza di tre eventi in questa fine settimana che precede la Settimana Santa: l’annuncio del Motu proprio sul rito della Messa, che verra’ pubblicato Giovedi’ Santo; la nomina di alcuni membri della Pontificia Commissione “Ecclesia Dei”, tra cui l’Arcivescovo di Bordeaux (http://212.77.1.245/news_services/bulletin/news/18223.php?index=18223&lang=it#NOMINA%20DI%20MEMBRI%20DELLA%20PONTIFICIA%20COMMISSIONE%20"ECCLESIA%20DEI") e - proprio ieri sera - la pubblicazione delle conclusioni dell’Assemblea Plenaria dell’episcopato francese (http://www.cef.fr/catho/assplenavril2006/20060407_conclusions_ap_mgr_ricard.pdf), con una parte dedicata all’accoglienza dei tradizionalisti.

 

L’accueil des groupes « traditionalistes » au sein de nos diocèses

 

Nous avons voulu faire le point sur l’accueil et la place des groupes « traditionalistes » dans nos diocèses. Dans son motu proprio Ecclesia Dei adflicta de 1988, le pape Jean-Paul II demandait aux évêques de répondre « largement et généreusement » aux demandes de fidèles et de groupes de fidèles souhaitant une célébration de la messe selon le missel de 1962, appelée plus communément « messe de saint Pie V ». Or, depuis plus de 15 ans, la situation a beaucoup évolué. Des demandes nouvelles sont apparues, des sociétés de prêtres nouvelles se sont présentées pour se mettre au service de ces groupes, des jeunes sont entrés dans leurs séminaires, des écoles privées prises en charge directement par des parents se sont créées. Chaque évêque a du faire face pastoralement à cette situation en constante évolution. Notre échange a montré que beaucoup portaient la préoccupation de bien articuler l’accueil de la diversité avec la sauvegarde de l’unité de l’Eglise diocésaine : comment reconnaître la place dans l’Eglise d’une diversité de sensibilités liturgiques et d’animations ecclésiales, sans pour autant contribuer à faire naître des Eglises parallèles qui n’auraient pas de liens entre elles ? Nous sentons qu’il y a là un enjeu ecclésiologique et pastoral important. Nous sommes prêts, comme évêques, à nous engager dans ce vrai travail de communion. C’est pourquoi la mise en place d’une structure juridique qui risquerait de distendre les liens de ces fidèles avec leur pleine appartenance à leur Eglise diocésaine ne nous paraît pas opportune.

Nous avons émis le désir de poursuivre notre réflexion et de chercher quel pourrait être, au niveau de notre Conférence, le cadre général et les points de recommandation qu’il serait bon de retenir pour cet accueil des groupes traditionalistes.

Pour donner une suite à cette réflexion, le Conseil permanent a demandé à un petit groupe de travail de présenter à notre Assemblée du mois de novembre un texte sur cette question. La question des relations avec la Fraternité Saint Pie X mérite un traitement particulier. Nous savons que le pape Benoît XVI en porte le souci. Dans les semaines ou les mois qui viennent, il devrait donner des directives pour faciliter le chemin vers un retour possible à une pleine communion. Nous les accueillerons dans la foi et les mettrons en oeuvre fidèlement. Evangéliquement, tout doit être fait pour que se réalise la parole du Seigneur : « Que tous soient un, comme toi, Père, tu es en moi et moi en toi. Qu’ils soient un en nous, eux aussi, pour que le monde croie que tu m’as envoyé » (Jn 17, 21). Cette communion doit être recherchée dans la charité et la vérité. La charité implique qu’on cherche à se connaître, à se comprendre, à faire disparaître les images fausses que l’on peut avoir les uns des autres. Elle implique également l’abandon de toute polémique systématique et de toute volonté de confrontation sur le terrain. La vérité implique qu’on soit au clair sur nos points de dissension. Ceux-ci portent moins d’ailleurs sur les questions de liturgie que sur celle de l’accueil du magistère, tout particulièrement de celui du concile Vatican II et des papes de ces dernières décennies. La communion peut s’accompagner de questions, de demandes de précision ou d’approfondissement. Elle ne saurait tolérer un refus systématique du Concile, une critique de son enseignement et un dénigrement de la réforme liturgique que le Concile a décrétée. Certes, des abus ont pu voir le jour dans les années qui ont suivi le Concile ; certains ont pu se réclamer d’un « esprit du Concile » qui n’avait pas grand chose à voir avec lui, comme l’a souligné le pape Benoît XVI dans son discours à la Curie du 22 décembre dernier. Mais il ne faut pas oublier tous ces prêtres, religieux, religieuses et laïcs, qui ont mis en oeuvre, avec sagesse et sens apostolique, les réformes conciliaires et ont contribué à la réception en profondeur du Concile dans l’Eglise. Il est important de leur dire aujourd’hui toute notre reconnaissance.

 

Non si puo’ non notare la preoccupazione dell’Episcopato francese circa la costituzione di una struttura giuridica in seno alla quale raccogliere il Clero e i fedeli legati alla tradizione liturgica romana:

 

[...] la mise en place d’une structure juridique qui risquerait de distendre les liens de ces fidèles avec leur pleine appartenance à leur Eglise diocésaine ne nous paraît pas opportune.

 

 Pur prendendo atto di una situazione pastorale non piu’ eludibile, le parole dei Prelati di Francia ci lasciano comprendere che la Santa Sede si sta gia’ muovendo in quella direzione, ipotizzando – come da piu’ parti avanzato – una prelatura personale per i tradizionalisti:

 

[…] Dans les semaines ou les mois qui viennent, il devrait donner des directives pour faciliter le chemin vers un retour possible à une pleine communion. Nous les accueillerons dans la foi et les mettrons en oeuvre fidèlement.

 

Infine, il richiamo all’accettazione del Concilio Vaticano II:

 

[...] La communion peut s’accompagner de questions, de demandes de précision ou d’approfondissement. Elle ne saurait tolérer un refus systématique du Concile, une critique de son enseignement et un dénigrement de la réforme liturgique que le Concile a décrétée.

 

 

Ma questa pare piu’ che altro una petizione di principio, visto che gia’ lo stesso Benedetto XVI ha parlato di una “ermeneutica del Concilio”, alla luce della quale dovrebbe risultare piu’ semplice affrontare anche le questioni dottrinali ed ecclesiologiche che sono tuttora materia di divergenza tra la Santa Sede e la Fraternita’ Sacerdotale San Pio X.  

Si veda anche l'articolo pubblicato sulla Croix; http://www.la-croix.com/article/index.jsp?docId=2264366&rubId=4078 :

L’épiscopat et le malaise français

Réunis en assemblée plénière de printemps, les évêques ont analysé la crise sociale, tout en poursuivant leurs réformes structurelles.
Pour la troisième année consécutive, la Conférence des évêques de France (CEF) tient une assemblée plénière « de printemps ». En 2003, il avait été décidé d’ajouter d’autres assemblées en plus de celle, rituelle, de novembre. L’an dernier, le décès de Jean-Paul II et le conclave avaient fait reporter cette rencontre au mois de juin, à Chevilly-Larue (Val-de-Marne).

Cette fois, c’est bien à Lourdes, au début d’avril, que les évêques se retrouvent depuis mardi 4 avril et jusqu’à ce vendredi matin. Les Lourdais disent d’ailleurs que «désormais, ce sont les évêques de France qui lancent et clôturent la saison des pèlerinages». Car en ces premiers jours d’avril ensoleillés, les pèlerins affluent, déjà nombreux. Et certains, curieux, s’intéressent aux allées et venues des évêques, à heures fixes, entre l’Accueil Notre-Dame, la chapelle de l’Adoration (pour l’eucharistie quotidienne) et l’hémicycle Sainte-Bernadette.

Cette assemblée, qui fait alterner séances plénières et carrefours, se déroule totalement à huis clos – à la différence de celle de novembre, au cours de laquelle des conférences de presse sont prévues. Du coup, les rares journalistes présents sont obligés de patienter de longues heures pour obtenir quelques informations… Le programme de ces quatre jours est pourtant important, à commencer par un vif désir de réfléchir ensemble sur la crise sociale et les manifestations anti-CPE. « En novembre, nous avions été rattrapés par les violences dans les banlieues », rappelle Mgr Olivier de Berranger, évêque de Saint-Denis qui, comme deux autres évêques d’Île-de-France, était alors rentré précipitamment dans son diocèse.

Cette fois-ci, la CEF a invité le sénateur et maire (PS) de Mulhouse, Jean-Marie Bockel, afin de prendre le temps, jeudi 6 avril, de s’interroger en profondeur sur les raisons du malaise des jeunes et de la société française (lire encadré). Jean-Louis Borloo, ministre de l’emploi, de la cohésion sociale et du logement, était également invité, mais n’a pu se déplacer, du fait des négociations avec les syndicats.

35 000 fidèles intégristes et 45 000 traditionalistes

Autre question de poids : la place des groupes traditionalistes (en lien avec Rome), voire éventuellement l’accueil d’intégristes (lefebvristes, en rupture avec l’Église catholique) dans les diocèses, au moment où le pape s’apprête à publier un motu proprio sur le rite de la messe. Après avoir pris connaissance de statistiques (émises par le groupe traditionaliste Oremus) qui recenseraient en France 35 000 fidèles intégristes et 45 000 traditionalistes, trois évêques – Mgr Vingt-Trois (Paris), Mgr Saint Macary (Rennes) et Mgr Rey (Toulon) – ont témoigné de leurs relations « plutôt bonnes » avec des communautés monastiques célébrant selon le rite de saint Pie V.

Mais « à supposer que l’on atteigne un total de 80 000 Français attachés à la liturgie tridentine, cela ne représente jamais que quelques centaines de familles par diocèse », estime un évêque, qui ne souhaite pas y consacrer « trop de temps, alors qu’il y a tant d’autres urgences » pastorales et sociétales.

Échange « sensible », encore : celui consacré mercredi à l’avenir de KTO. Parmi les évêques, les uns se disent attachés à l’existence d’une chaîne catholique dans le paysage audiovisuel français, d’autres regrettent que « le diocèse de Paris qui a lancé KTO, sans concertation, demande maintenant l’aide financière des autres diocèses », comme le résumait, avant l’échange, le pasteur d’un département du Sud où, estime-t-il, « pas plus de 200 personnes reçoivent et regardent KTO ».

La future Maison de l’Église de France

Ce même jour, Olivier Lebel, secrétaire général adjoint de la CEF, chargé des questions juridiques, administratives et financières, a informé l’assemblée de l’avancée des travaux de la future Maison de l’Église de France, avenue de Breteuil, dans le 7e arrondissement de Paris. L’essentiel des travaux devrait être achevé d’ici à la fin de cette année, ce qui permettra l’installation progressive des nouvelles structures de la Conférence à partir du début 2007. L’objectif de ce nouveau dispositif est de regrouper en un seul lieu le secrétariat général, le nouveau Comité études et projets, les huit commissions épiscopales, les neufs conseils épiscopaux et la quinzaine de services nationaux (liturgie, catéchèse, vocations, enseignement catholique, etc.) en cours de réforme.

Les évêques ont travaillé à deux reprises, mardi et jeudi, à la rédaction des «lettres de mission» spécifiques pour chacun de ces services nationaux, en prenant en compte leurs liens privilégiés avec une commission ou un conseil de l’épiscopat. « Pour certains services, les lettres de mission pourront être votées à la fin de l’assemblée ; pour d’autres, plus vastes ou plus complexes, il faudra travailler encore », estimait mardi Mgr Georges Pontier, évêque de La Rochelle et vice-président de la CEF. Sans oublier les conséquences financières d’une telle réorganisation pour certains services qui jouissent d’une autonomie en la matière. De même, les évêques ont travaillé sur les nouveaux statuts et le règlement intérieur de la Conférence.

Mercredi encore, Mgr Jacques Perrier, évêque de Tarbes et Lourdes et président du Comité études et projets, a invité ses confrères à lancer de nouveaux groupes d’études pour compléter ceux déjà lancés sur « Prêtres et communautés chrétiennes » (autour de Mgr Albert Rouet, Poitiers), « Différence structurante et parentalité » (Mgr Jean-Louis Bruguès, Angers) et «Enseignement catholique» (Mgr Éric Aumonier, Versailles).

Les évêques se sont également interrogés sur l’avenir des mouvements et associations de laïcs (dont le conseil du même nom est présidé par Mgr François Maupu, Verdun), qu’il s’agisse de l’Action catholique, des groupements de vie évangélique (GVE) ou du Renouveau charismatique, chacune de ces trois catégories de mouvements étant accompagnée par un ou plusieurs évêques. Enfin, ils devaient revoir l’organisation de la coédition de textes magistériels qui a fait problème ces derniers mois, lors de la publication de l’Abrégé du Catéchisme de l’Église catholique, puis de la première encyclique de Benoît XVI.

Vendredi 7 avril à midi, tous les évêques devaient quitter Lourdes, à l’exception de ceux d’Île-de-France qui, en ce week-end des Rameaux, vont accueillir à Lourdes les milliers de lycéens pèlerins du « Frat ».

Claire LESEGRETAIN, à Lourdes




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7 aprile 2006

La Radio Vaticana annuncia il documento papale sul Rito della Messa

Oggi la Radio Vaticana
ha annunciato che la Santita' di Nostro Signore
BENEDETTO PP. XVI
ha firmato un documento avente come argomento il Rito della Messa,
cosi' come preannunciato da questo blog.
Il documento verra' con ogni probabilita' reso pubblico
in occasione del Giovedi' Santo.




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4 aprile 2006



Ecco la snapshot del sito internet del Vaticano,
relativa alla presunta "Cappella papale" del Martedi' Santo
(http://www.vatican.va/news_services/liturgy/calendar/ns_lit_doc_20060101_calendar_it.html)





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4 aprile 2006

Cancellata un'altra "cappella" di Mons. Marini

La notizia di una presunta crisi cardiaca di Mons. Marini - rivelatasi poi priva di fondamento e probabilmente diffusa ad arte - non ha evitato al Cerimoniere papale di veder tristemente cassata un’altra sua peregrina invenzione per la Settimana Santa. Com’egli stesso ha recentemente ammesso in un’intervista, il Santo Padre «suggerisce, integra, corregge» preventivamente qualsiasi iniziativa: questa volta l’augusta correzione é giunta repentina come la smentita della notizia.  
Ecco i fatti. Da alcune settimane alla pagina http://www.vatican.va/news_services/liturgy/calendar/ns_lit_doc_20060101_calendar_it.html  del sito della Santa Sede compariva, nell’elenco delle celebrazioni della Settimana Santa, una atipica “Celebrazione della Penitenza” in forma di Cappella Papale – nientemeno – il giorno di Martedí Santo, organizzata dal poliedrico Prelato presumibilmente su mandato del Papa. Oggi invece apprendiamo da un comunicato dell’Ufficio delle Celebrazioni liturgiche del Sommo Pontefice – significativamente senza la firma del Maestro – che questa celebrazione verrà presieduta dal Cardinale Penitenziere Maggiore. La Cappella Papale é scomparsa. Alla pagina http://212.77.1.245/news_services/bulletin/news/18199.php?index=18199&lang=it si legge: «Il Signor Cardinale James Francis Stafford, Penitenziere Maggiore, per incarico del Santo Padre, presiederà il Rito per la Riconciliazione di più penitenti con la confessione e l’assoluzione individuale».
La stessa Segreteria di Stato avrebbe umiliato al Sacro Piede alcuni rilievi circa l’opportunità di emendare il calendario mariniano, riportandolo alla forma tradizionale ed evitando – ancora una volta – che qualsiasi rito della Chiesa romana sia trasformato in una celebrazione comunitaria, nella prassi dei più tetragoni fautori della scuola bugniniana. Già in occasione del recente Concistoro non era passata inosservata l’assistenza dei Diaconi parati al Papa in mozzetta e stola: Benedetto XVI non ha indossato i paramenti sacri, per una cerimonia non strettamente liturgica, mentre il suo Cerimoniere aveva fatto il contrario con gli Eminentissimi assistenti. 
Fonti autorevoli dicono che sul Sacro Tavolo sia già pronto un decreto di nomina, in attesa dell’apposizione dell’augusto Chirografo.  




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30 marzo 2006

Il Cerimoniere papale "scomunica" il Papa

Mons. Marini “scomunica” il Papa

 

Non sono state accolte con entusiamo le recenti, intemperanti esternazioni del Cerimoniere papale, mons. Piero Marini, a due giorni dalla riunione interdicasteriale del 23 Marzo scorso: in un’intervista concessa al quotidiano Affari Italiani il Maestro delle celebrazioni pontificie ha ancora una volta espresso opinioni totalmente divergenti rispetto a quelle di Benedetto XVI a proposito della riforma liturgica e della riconciliazione dei seguaci della Fraternità San Pio X fondata da mons. Lefebvre.

 

Ciò che ha suscitato maggiori perplessità é il dissenso di mons. Marini rispetto alle imminenti decisioni del Santo Padre in materia di liturgia, alla vigilia dell’incontro con il Sacro Collegio: «Papa Wojtyla ha permesso che si potesse, in certe chiese, celebrare secondo il rito di San Pio V, tutto qua. Ma andare oltre questo è andare oltre la Chiesa, e questo non si può». Sarebbe il caso di capire chi sia Marini per dichiarare oltre la Chiesa Pontefice, e quanta efficacia possa avere una perorazione proveniente da chi, nel bene e nel male, é stato parte in causa di quella che in molti hanno considerato una vera e propria “rivoluzione liturgica”.

 

Evidentemente il terrore che il Papa liberalizzi la Messa tridentina é tale, da giustificare qualsiasi scorrettezza da parte degli autori del rito postconciliare: autori, e non semplici propugnatori, come Marini stesso ha in altre occasioni affermato: «nella vecchia liturgia, in vigore prima del Concilio Vaticano II, il ruolo del cerimoniere consisteva nell’applicare una serie di norme rigide, che non potevano essere cambiate. Oggi non si può organizzare una celebrazione senza prima aver pensato: chi celebra, cosa si celebra, dove si celebra... La celebrazione è il punto verso il quale convergono elementi diversi reciprocamente coordinati sotto la guida di quello spirito di adattamento che è l’anima della riforma postconciliare. Si tratta dunque di prevedere e progettare la celebrazione in vista del risultato che si vuole ottenere. Non si può pensare, per esempio, a un’azione liturgica senza tenere conto degli spazi entro i quali si svolgerà, dei canti che verranno eseguiti... Tutto ciò che si pensa e che si predispone in vista di una celebrazione può essere considerato come una vera e propria regia. Ci si trova ad agire, in qualche modo su un palcoscenico. La liturgia è anche spettacolo». Al di là della scarsa considerazione che mons. Marini mostra nei confronti del venerando rito tridentino – liquidato con disprezzo come vecchia liturgia – si comprende bene quanto il richiamo all’uniformità del rito voluta da Benedetto XVI sia in netta opposizione alla volontà del suo Cerimoniere, per il quale le celebrazioni vanno sempre adattate, modificate, progettate. Dall’universalità del Canone romano all’ad libitum permanente, dunque, in nome di quello spirito di adattamento che è l’anima della riforma postconciliare.

 

Se durante il Pontificato di Giovanni Paolo II abbiamo assistito a vere e proprie liturgie tribali, anche sotto le auguste volte della Basilica Vaticana, dobbiamo ringraziare questo spirito di adattamento cui si ispira il detentore del più prestigioso avamposto progressista in materia liturgica. Marini ne è ben conscio: le funzioni papali «sono punto di riferimento per l’intera Chiesa».

 

Ecco perché, in nome della diversità, egli pretende di contraddire uno degli elementi fondamentali della Liturgia, ovvero il fatto che essa sia universale proprio perché romana: «Da una liturgia romana caratterizzata dall’uniformità (unicità della lingua, fissità delle rubriche), si è passati ad una liturgia più vicina alla sensibilità dell’uomo moderno, aperta all’adattamento e alle culture, espressione di una Chiesa comunionale [sic] che considera la diversità non come un elemento in sé negativo, ma come possibile arricchimento dell’unità» . Arricchimento possibile ma non necessario, che per nulla si concilia con il pensiero del Santo Padre: «mi sembra che l’universalità della liturgia sia essenziale» e che nella pratica ha dato dei risultati tutt’altro che positivi.

 

Non é sfuggito che le celebrazioni presiedute dal Santo Padre abbiano tutt’altra cifra rispetto a quelle del predecessore, come lo stesso mons. Marini ammette candidamente: «Con Giovanni Paolo II ero un po’ più libero, avevamo fatto un patto implicito perché lui era uomo di preghiera e non di liturgia». Frase davvero irriguardosa, per un prelato di Curia: dovremmo forse intendere che Benedetto XVI sia uomo di liturgia e non di preghiera? Da dove viene questa acrimonia? solo perche' il Papa vuole mettere un argine alle stravaganti performances di un proprio subalterno che commissiona discutibili costumi da scena ad una coppia di discutibili sarti, per altrettanto discutibili cerimonie ispirate a qualche coreografia di varieta'? Dev'essere per questo che Marini si sente piu' regista di uno spettacolo che cerimoniere...

 

É evidente che questa artificiosa opposizione tra Giovanni Paolo II e il regnante Pontefice viene dalla consapevolezza che quest’ultimo «suggerisce, integra, corregge» preventivamente qualsiasi iniziativa del Cerimoniere, com’egli stesso ammette, mentre il predecessore gli lasciava mano libera. Tra le righe, Marini lascia capire che quel che rimane delle sue iniziative gode comunque dell’approvazione del Papa. Ma evidentemente egli sopporta con disagio i limitati ambiti di manovra che gli sono lasciati da chi, senza circonlocuzioni, ha già dato indicazioni al riguardo: «Ci si deve opporre, più decisamente di quanto sia stato fatto finora, all’appiattimento razionalistico, ai discorsi approssimativi, all’infantilismo pastorale che degradano la liturgia cattolica al rango di circolo di villaggio e la vogliono abbassare a un livello fumettistico. Anche le riforme già eseguite, specialmente riguardo al rituale, devono essere riesaminate sotto questi punti di vista». É all’idea di queste riforme da riesaminare che Marini trema.

 

Quanto alla riconciliazione dei tradizionalisti, sarebbe opportuno ricordare a Sua Eccellenza che non é corretto liquidare un problema dottrinale e liturgico con una citazione anonima ed inconsistente, riportata maliziosamente nel tentativo di liquidare la questione gravissima della riforma liturgica e poter affermare impunemente che essa si e’ limitata alla rimozione di «ogni incrostazione del tempo dalla liturgia romana». Tutto il patrimonio di dottrina e spiritualità di un intero millennio viene irriguardosamente definito incrostazione del tempo: parole che suonano davvero incomprensibili sulla bocca di chi si proclama esperto conoscitore della Liturgia e che non manca di pubblicizzare il proprio libro Liturgia e bellezza. Nobilis pulchritudo. Un’opera – sia detto per chi non ha avuto occasione di leggerla – in cui Marini denigra le celebrazioni antiche, «quella specie di corte che attorniava il Pontefice nelle celebrazioni liturgiche», e definisce un nuovo dogma secondo cui «il cammino del rinnovamento della liturgia compiuto alla luce della Sacrosanctum Concilium è irreversibile», nel tentativo di legittimare l’operato della propria fazione e frustrare le legittime aspettative di quanti rivelano equivoche «tendenze tridentine, che rimpiangono il canto gregoriano». Anche queste parole portano «la firma del Maestro», la cui abilità nello spogliare i riti è inferiore solo a quella che mostra nell’incensarsi. Si rassegni, il prelato in vena di dichiarazioni temerarie: anche il Papa ama il latino e il gregoriano.

 

Il divario esistente tra l’apologia del nuovo rito di mons. Marini e la moderazione di Benedetto XVI si compendia in queste parole del Papa: «Una comunità mette in questione se stessa, quando considera improvvisamente proibito quello che fino a poco tempo prima le appariva sacro e quando ne fa sentire riprovevole il desiderio. Perché le si dovrebbe credere ancora? Non vieterà forse domani, ciò che oggi prescrive?»  E a chi detesta quanti hanno «tendenze tridentine», valga da monito quanto precisa il Pontefice: «Purtroppo da noi c’è una tolleranza quasi illimitata per le modifiche spettacolari e avventurose, mentre praticamente non ce n’è per l’antica liturgia. Cosi siamo sicuramente su una strada sbagliata» . E ancora: «Per una retta presa di coscienza in materia liturgica è importante che venga meno l’atteggiamento di sufficienza per la forma liturgica in vigore fino al 1970. Chi oggi sostiene la continuazione di questa liturgia o partecipa direttamente a celebrazioni di questa natura, viene messo all’indice; ogni tolleranza viene meno a questo riguardo. Nella storia non è mai accaduto niente di questo genere; così è l’intero passato della Chiesa a essere disprezzato. Come si può confidare nel suo presente se le cose stanno così? Non capisco nemmeno, a essere franco, perché tanta soggezione, da parte di molti confratelli vescovi, nei confronti di questa intolleranza, che pare essere un tributo obbligato allo spirito dei tempi».

 

La protervia di mons. Marini accentua ancora una volta il vistoso divario tra la prudente ponderazione del Santo Padre e il fanatismo dei riformatori, cui sta piu’ a cuore un rito artificiale, inventato a tavolino da commissioni di sedicenti “esperti”, della ricomposizione di uno scisma provocato deliberatamente per tener lontane le voci dissenzienti. 




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22 febbraio 2006

Bestemmie e sensibilita' a senso unico

Questa sera, su Canale 5, nel corso del programma Il senso della vita, a Roberto Benigni e’ stata mostrata l’immagine di una modella mezza nuda (la Ferrilli?) tratta da uno di quei calendari che normalmente fanno mostra di se’ nei retrobottega e nelle officine. L’attore ha esclamato: “E chi e’ questa? La Madonna?

Nessuno si e’ scandalizzato di nulla; il conduttore non ha censurato la frase infelice e blasfema. Immagino che nessun magistrato aprira’ un’indagine per valutare il reato di offesa ad una confessione religiosa tramite vilipendio. Non credo che nessuno chiedera’ a Benigni di ritirarsi dalla scena e far perdere le proprie tracce. Nessun ecclesiastico formulera’ una “fatwa” o una condanna nei confronti di questa grave offesa alla Santa Vergine. Non vedremo i cattolici dare l’assalto ai cinema.

Strana sensibilita’, quella degli italiani: pronti a genuflettersi davanti ai maomettani, ma cosi’ pavidi nel pretendere il rispetto della religione cattolica. Anzi: verso Dio e i suoi Santi, che i cattolici adorano e venerano. 

Sono profondamente offeso, non solo per la bestemmia verso la Madre di Dio, ma anche perche’ vedo che ormai essa non scandalizza piu’ nessuno.

Chissa’ cosa sarebbe successo se Benigni avesse esclamato: “E chi e’ questa? La madre di Maometto?




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8 febbraio 2006

Proficiscere, anima modernista

Modicum, et jam non videbitis me... (Jo XVI, 16)

"Ancora un po' e non mi vedrete piu'". Sono queste le parole che Sua Eccellenza l'Arcivescovo titolare di Martirano probabilmente va confidando ai suoi collaboratori in questi giorni, ultimi gelidi e ventosi giorni romani al vertice dell'Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche del Sommo Pontefice.
Si avvicina inesorabile la fine di un'era; l'epopea modernista e' sul viale del tramonto e grandi riforme si prospettano in seno alla Curia romana.

Il prossimo 13 Febbraio si riunisce, alla presenza della Santita' di Nostro Signore Benedetto XVI, la Commissione interdicasteriale che revochera' le censure canoniche alla Fraternita' San Pio X e che decidera' i termini della liberalizzazione del rito tridentino. Dopo quarant'anni di dittatura del proletariato liturgico, tornera' a risplendere sugli altari il venerando rito romano, con sommo scandalo dei progressisti.

O Marini ero mors tua: morsus tuus ero, Marini. (Os. XIII, 14)




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27 gennaio 2006

Articolo su Mons. Piero Marini

Desidero informare i lettori del blog dell'Archivum che sto finalmente completando il mio saggio sulla Riforma liturgica, nel quale trova ampio spazio una dissertazione sulle posizioni di Mons. Piero Marini, confrontate con quanto il regnante Pontefice ebbe a scrivere negli anni scorsi.

Per ora vi lascio con l'acquolina in bocca, ma vi assicuro che tra qualche giorno la vostra curiosita' sara' soddisfatta. Inutile dire che confido nella piu' ampia diffusione dello scritto, per il quale concedo volentieri ogni liberatoria, purche' sia citata la fonte.

Giusto per ingolosirvi un po', ecco uno stralcio del saggio, sul quale attendo i vostri commenti.

_____________________________________

la Riforma dei burocrati

La Liturgia come prodotto di marketing

(excerpta)


L’adattamento come unico criterio di applicazione della Riforma

Fu proprio questo prodotto di erudizione specialistica a volersi irriducibilmente contrapporre all’antica e veneranda liturgia romana, prima con la riforma della Settimana Santa, poi con la riforma di Giovanni XXIII e infine con il Consilium ad exsequendam Constitutionem de Sacra Liturgia.

 

Lungi dall’avvicinarsi con timore reverenziale ad un rito millenario, i novatori hanno palesato sin dall’inizio la propria malafede, rivelando una predisposizione alla censura dell’esistente – sfrondano, fanno scomparire, sopprimono – ed una presunzione senza pari nel dar libero corso alla creatività – formule nuove che non datano che dal giorno prima, che sono incontestabilmente umane, dato che chi le ha redatte vive ancora.

 

Raccomanda infatti il Consilium: «La revisione sarà fatta in base al criterio di aumentare il numero dei testi, in modo da evitare le numerose e non necessarie ripetizioni che si riscontrano oggi; di rivedere i testi sugli originali, restituendo la pienezza di significato, anche teologico, qualche volta alterato; di sostituire opportunamente espressioni che oggi hanno perso gran parte del loro significato (ad esempio il solo accenno al digiuno corporale nelle orazioni della quaresima) con altre più consentanee alle condizioni di oggi. Il numero delle orazioni potrà essere aumentato non soltanto riprendendo testi dei sacramentari ma anche componendone di nuovi»[1]. Di qui il proliferare di cerimonie ad libitum celebrantis che rendono di fatto la liturgia non più un’azione pubblica dell’intero Corpo Mistico, bensì un’angosciante incognita che varia a seconda del luogo, della lingua, della tipologia di fedeli che vi assistono, a dispetto di quanto raccomandato dalla Santa Sede: «ne liturgia umquam esse videatur privata alicujus proprietas, neque ipsius celebrantis neque communitatis ubi Mysteria celebrantur»[2]. Le indicazioni della Congregazione per il Culto divino e più in generale i principi basilari dell’uniformità liturgica paiono in netta contrapposizione con la perpetua diversità delle celebrazioni riformate: «diverse per la varietà dei luoghi della celebrazione: splendide basiliche, santuari famosi, umili chiese; piazze, stadi, aeroporti, capannoni di fabbriche; corsie di ospedali, lebbrosari, carceri […]. Diverse, per la composizione delle assemblee: genti di tutti i continenti e di tutte le etnie, minoranze oppresse e maggioranze detentrici del potere politico ed economico; popolazioni di differente livello d’istruzione – masse senza alcuna o con scarsa alfabetizzazione e gruppi elitari, intellettuali dirigenti della vita di un territorio; categorie di fedeli occasionalmente differenziate: contadini, operai, giovani, chierici e membri di istituti di vita consacrata… Diverse, per le tradizioni e le radici culturali: la straordinaria varietà delle lingue e dei linguaggi – verbali e non verbali –; la differente concezione del tempo e della corporeità in ordine alla celebrazione cultuale; la varia sensibilità nei confronti delle valenze simboliche»[3]. Sarebbe opportuno chiarire come possa darsi una liturgia cattolica – cioè universale – laddove si faccia di tutto per diversificarla, anche ricorrendo a distinzioni di matrice sociale, ben connotate politicamente: «minoranze oppresse e maggioranze detentrici del potere politico ed economico» ed introducendo una deliberata inversione la gerarchia della Chiesa e della società: «contadini, operai, giovani, chierici», in cui i capi temporali e spirituali si inchinano ai villici e la corona e la tiara cedono alla falce ed al martello.

 

Adattamento verso il basso

 

E sarebbe altresì auspicabile spiegare se in presenza di «masse senza alcuna o con scarsa alfabetizzazione» la liturgia debba «scender fino ad usurpar le infami voci al vulgo»[4] o debba censurare le proprie formule dottrinali giacché incomprensibili al semplice. A tal proposito Benedetto XVI ha osservato: «Nella nostra riforma liturgica c’è la tendenza, a parer mio sbagliata, ad adattare completamente la liturgia al mondo moderno. Essa dovrebbe quindi diventare ancora più breve e da essa dovrebbe essere allontanato tutto ciò che si ritiene incomprensibile; alla fin fine, essa dovrebbe essere tradotta in una lingua ancora più semplice, più “piatta”. In questo modo, però, l’essenza della liturgia e la stessa celebrazione liturgica vengono completamente fraintese»[5]. Monsignore farebbe bene a chiarire la ragione per cui dovrebbe essere la Chiesa, nel suo culto ufficiale e pubblico, a chinarsi ed avvilirsi verso il basso, anziché consentire al povero e all’incolto di ascendere – tramite la sacra Liturgia – al cospetto della Maestà divina: unica corte cui sia concessa l’ammissione solo in virtù del santo Battesimo. Ben altro di quanto oggi avviene con «certa liturgia post-conciliare, fattasi opaca o noiosa per il suo gusto del banale e del mediocre, tale da dare i brividi»[6].

 

Commentava giustamente Romano Amerio: «Non osserverò, come pure fu osservato e con verità, che la terminazione del latino contraddice anche agli spiriti democraticheggianti che investono il mondo contemporaneo e, per accomodazione, la Chiesa. Questi spiriti mirano all’elevazione culturale delle moltitudini, mentre nell’abbandono del latino si trasente una sorta di disistima del popolo di Dio, tenuto indegno per crassitudine di essere alzato alla percezione di eccellenti valori, anche poetici, e dannato al contrario a tirare in giù verso di sé questi medesimi valori»[7].

 

Inoltre, le forme di catechismo per immagini rappresentate dai mosaici delle nostre basiliche e dalle pale d’altare delle nostre chiese – unite ad una religiosità vissuta quotidianamente e allo zelo pastorale da parte del Clero – hanno sortito frutti ben maggiori di quanto non accada ai giorni nostri, in cui il livello di istruzione religiosa dei fedeli è inferiore a quello che sino al Vaticano II si sarebbe richiesto ad un fanciullo per ammetterlo alla Prima Comunione. Senza parlare dei cosiddetti cattolici impegnati, che uniscono alla propria ignoranza non poche deviazioni dottrinali e presumono, per il solo fatto di aver letto i documenti dell’ultimo Concilio, di poter discettare di teologia; salvo poi non essere in grado di riconoscere una Maddalena da una Madonna su una tela del Quattrocento. Non dimentichiamo che nella liturgia «non si comprende solo in modo razionale, così come si capisce una conferenza, bensì in modo complesso, partecipando con tutti i sensi e lasciandosi compenetrare da una celebrazione che non è inventata da una qualsiasi commissione di esperti, ma che ci arriva dalla profondità dei millenni e, in definitiva, dall’eternità»[8].

 

Questa condiscendenza servile verso il basso propria di «qualsiasi commissione di esperti», lungi dal rivelare un anelito di vera carità nei confronti dei semplici, è viceversa il segno della presunzione tipica dei riformatori, che prendono a pretesto le «masse senza alcuna o con scarsa alfabetizzazione» sinché sono funzionali ai loro disegni di distruzione della liturgia, ma se ne ritraggono inorriditi, non appena le stesse masse chiedono a gran voce il ritorno alle processioni, al canto dei vespri o a quelle forme di devozione che i novatori tanto aborriscono. «Alla comprensibilità della parola contribuiscono altre modalità di comprensione. […] Essa non è qualcosa che viene continuamente inventato da nuove commissioni. Altrimenti diventa qualcosa di fatto in casa, a propria misura, tanto se le commissioni si riuniscono a Roma, a Treviri o a Parigi»[9]. A quel punto le esigenze dell’assemblea e l’adattamento della liturgia di cui costoro si riempiono la bocca perdono ogni valore, per cedere il posto a lezioncine di maestri petulanti, tanto presuntuosi quanto classisti. «Ci si deve opporre, più decisamente di quanto sia stato fatto finora, all’appiattimento razionalistico, ai discorsi approssimativi, all’infantilismo pastorale che degradano la liturgia cattolica al rango di circolo di villaggio e la vogliono abbassare a un livello fumettistico. Anche le riforme già eseguite, specialmente riguardo al rituale, devono essere riesaminate sotto questi punti di vista»[10].

 

D’altra parte, non pare che in nome di questo adattamento permanente si siano mai celebrate Messe in latino, in occasione di consessi di latinisti, né che vi siano attualmente predicatori in grado di sostenere un’omelia in latino ciceroniano, come pure avveniva in passato. È quindi evidente che – al di là del concetto di sé che possono avere i seguaci del Movimento liturgico – la congerie di errori dottrinali, travisamenti storici e fatui neologismi serve solo a dissimulare la più assoluta e grossolana ignoranza.

 

L’inculturazione nella Liturgia

 

Non dimentichiamo poi il riferimento ad un distorto concetto di inculturazione, in grazia del quale essendo l’agnello animale sconosciuto ai popoli della Papuasia, non è mancato il liturgista di turno che l’ha sostituito con il maiale, da essi ritenuto docile e mansueto, con la conseguente traduzione dell’Agnus Dei in una bestemmia da carrettieri. L’inculturazione dovrebbe intendersi come l’influsso sapiente e benefico della Chiesa nella cultura dei popoli, più che nell’«aprire la liturgia ai nuovi popoli dell’America Latina, dell’Africa e dell’Asia»[11], specialmente allorché «musica, linguaggio e movimento fisico»[12] sono l’espressione di riti e superstizioni, così come i riti e la liturgia della Chiesa sono espressione fedele ed esterna della sua dottrina. Vero è che questo atteggiamento adorante verso tutto ciò che viene dall’idolatria, dall’eresia, dallo scisma è un riflesso dell’abdicazione della Chiesa alla propria missione di convertire tutti a Cristo e di condurli sotto l’unico Pastore; abdicazione che il decreto conciliare Dignitatis humanæ riassume, riconoscendo all’uomo la libertà di praticare la religione che vuole, a prescindere dall’obbligazione della fede[13]. E se nella liturgia romana erano previste, ad esempio, le Messe votive «contra paganos» e «ad tollendum schisma», già dal rito di Giovanni XXIII esse sono diventate «pro Ecclesiæ defensione» e «pro Ecclesiæ unitate », senza parlare dell’invocazione litanica «ut inimicos sanctæ Ecclesiæ umiliare digneris», cambiata radicalmente in un più ecumenico: «ut omnes in Christo credentibus unitatem largiri digneris»[14]. Unità che ormai va estendendosi anche ai non cristiani, annettendoli ad una nuova chiesa in cui la dottrina cattolica viene immolata sull’altare di una mal intesa dignità dell’uomo, che giunge fino a capovolgere il senso delle Scritture a proprio uso e consumo[15]. Ma quale unità si può ricercare da parte dei cattolici, premesso che «la Chiesa cattolica possiede la pienezza di Cristo e, questa pienezza, non deve perfezionarla ad opera delle altre confessioni»?[16] Quale comunione ci può essere con i seguaci di quelle «espressioni religiose»[17] che il Deuteronomio chiama meno eufemisticamente prostituzioni?[18]

 

La “diversità” contro l’uniformità romana

 

Mons. Marini, attuale Maestro delle Celebrazioni liturgiche pontificie, afferma che «nella vecchia liturgia, in vigore prima del Concilio Vaticano II, il ruolo del cerimoniere consisteva nell’applicare una serie di norme rigide, che non potevano essere cambiate. Oggi non si può organizzare una celebrazione senza prima aver pensato: chi celebra, cosa si celebra, dove si celebra... La celebrazione è il punto verso il quale convergono elementi diversi reciprocamente coordinati sotto la guida di quello spirito di adattamento che è l’anima della riforma postconciliare. Si tratta dunque di prevedere e progettare la celebrazione in vista del risultato che si vuole ottenere. Non si può pensare, per esempio, a un’azione liturgica senza tenere conto degli spazi entro i quali si svolgerà, dei canti che verranno eseguiti... Tutto ciò che si pensa e che si predispone in vista di una celebrazione può essere considerato come una vera e propria regia. Ci si trova ad agire, in qualche modo su un palcoscenico. La liturgia è anche spettacolo»[19]. Al di là della scarsa considerazione che mons. Marini mostra nei confronti del venerando rito tridentino – liquidato con disprezzo come vecchia liturgia – si comprende bene quanto il richiamo all’uniformità del rito voluta da Benedetto XVI[20] sia in netta opposizione alla volontà del suo Cerimoniere, per il quale le celebrazioni vanno sempre adattate, modificate, progettate. Dall’universalità del Canone romano all’ad libitum permanente, dunque, in nome di quello spirito di adattamento che è l’anima della riforma postconciliare. «Rimane da vedere se questa incessante varietà è più utile alla preghiera della ripetizione delle stesse formule… Nostro Signore nell’orto degli ulivi, invocando suo Padre, ripeteva le stesse parole»[21].

 

Se durante il Pontificato di Giovanni Paolo II abbiamo assistito a vere e proprie liturgie tribali, anche sotto le auguste volte della Basilica Vaticana, dobbiamo ringraziare questo spirito di adattamento cui si ispira il detentore del più prestigioso avamposto progressista in materia liturgica. Marini ne è ben conscio: le funzioni papali «sono punto di riferimento per l’intera Chiesa»[22], e come tali vanno utilizzate per impartire un esempio, un paradigma che dev’essere seguito anche nelle più remote pievi. Forti dell’insegnamento gramsciano, di cui si fanno eredi in ambito ecclesiastico, alcuni prelati odierni ritengono che sia assolutamente necessario gestire le casematte del potere, occupare scientificamente i posti-chiave della Chiesa: cattedre di atenei, commissioni pontificie, romane congregazioni, pontifici consigli, curie vescovili. E come nell’Italia del dopoguerra abbiamo assistito ad un vero e proprio infeudamento dei comunisti, nonostante al governo vi fossero i democristiani, così si è avuto un progressivo incremento dei modernisti dal postconcilio, e si potrebbe già dagli anni Cinquanta. Non è quindi un caso se oggi la quasi totalità dei punti nevralgici del potere della Chiesa – tanto centrali quanto periferici – siano in mano a personaggi che in altri tempi sarebbero stati considerati assolutamente incompatibili con la funzione svolta. Né sono pochi i teologi un tempo condannati dal Sant’Uffizio che sono stati chiamati come esperti al Concilio e che negli ultimi decenni hanno meritato la Porpora cardinalizia. In quest’ottica va quindi considerato anche il ruolo del Maestro delle Cerimonie, che utilizza la sua carica per catechizzare l’orbe cattolico e – cosa non secondaria – per occupare quel posto, così da impedire ad un altro di agire diversamente.

 

Ecco perché, in nome della diversità, egli pretende di contraddire uno degli elementi fondamentali della Liturgia, ovvero il fatto che essa sia universale proprio perché romana: «Da una liturgia romana caratterizzata dall’uniformità (unicità della lingua, fissità delle rubriche), si è passati ad una liturgia più vicina alla sensibilità dell’uomo moderno, aperta all’adattamento e alle culture, espressione di una Chiesa comunionale [sic] che considera la diversità non come un elemento in sé negativo, ma come possibile arricchimento dell’unità»[23]. Arricchimento possibile ma non necessario, che per nulla si concilia con il pensiero del Santo Padre: «mi sembra che l’universalità della liturgia sia essenziale»[24] e che nella pratica ha dato dei risultati tutt’altro che positivi.



[1] «La revisione dei testi liturgici, secondo quanto aveva stabilito il Concilio Vaticano II con la Costituzione Sacrosanctum Concilium, fu svolta dal Consilium ad exsequendam Constitutionem de sacra Liturgia. Una attenzione particolare fu data alle orazioni, che il gruppo di studio 18 bis (diretto da padre Placido Bruylants, benedettino di Mont-César [Lovanio], con segretario Giovanni Lucchesi; i membri erano André Rose, Walter Durig, Henry Ashworth, Juan A. Gracias, Antoine Dumas) revisionò tutte in una adunanza tenuta a Lovanio dal 5 all’11 aprile 1965, quando il Consilium non si era ancora pronunciato sui criteri da adottare, cosa che fece solo nella sua settima adunanza generale (6-14 ottobre 1966, in particolare l’ultimo giorno)». Cfr. Lorenzo Bianchi, Liturgia, memoria o istruzioni per l’uso?, Edizioni Piemme, Casale Monferrato, 2002, Cap. VI.

[2] «Perché la liturgia non abbia mai a sembrare come proprietà privata di qualcuno, né dello stesso celebrante, né della comunità in cui si celebrano i Misteri», cfr. Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, Instr. Redemptionis Sacramentum, de quibusdam observandis et vitandis circa Sanctissimam Eucharistiam, 23 Apr. 2004, n. 18. A tal proposito non possiamo che salutare con una qualche perplessità la promulgazione di questa Istruzione, che pare certamente ispirata ad uno spirito riformatore, se non nel ritorno al venerando paradigma tridentino, quantomeno nella volontà di far osservare le Rubriche del Novus Ordo così com’era stato ideato e voluto da Paolo VI.

[3] Cfr. Piero Marini, op cit., pagg. 17-18.

[4] Giuseppe Parini, Il Mattino, v. 550

[5] Cfr. Joseph Ratzinger, Il sale della terra, Milano, 1997, pagg. 199-202.

[6] Cfr. Vittorio Messori, Rapporto sulla Fede, Vittorio Messori a colloquio con il cardinale Joseph Ratzinger, Milano, 19983 , cap. IX.

[7] Cfr. Romano Amerio, Iota unum, Milano-Napoli, 19893, cap. XXXVIII, pag. 515.

[8] Cfr. Joseph Ratzinger, op. cit., ibid.

[9] Cfr. Joseph Ratzinger, op. cit., ibid.

[10] Cfr. Vittorio Messori, Rapporto sulla Fede, ibid.

[11] Cfr. l’articolo di Virgilio Fantuzzi SJ, in: La Civiltà Cattolica 1999 III, pagg. 168-180, “Celebrazioni liturgiche pontificie, radio e tv”.

[12] Ibid.

[13] Cfr. Romano Amerio, Stat veritas, Milano-Napoli, 1997, Chiosa 14, pagg. 48-51.

[14] Cfr. le Litaniæ Sanctorum nella versione tradizionale («Affinché ti degni di umiliare i nemici della santa Chiesa») e in quella riformata («Affinché ti degni di concedere unità a tutti i credenti in Cristo»).

[15] Nella Cost. Gaudium et spes (n. 24) si afferma che l’uomo è nel mondo la sola creatura che l’uomo abbia voluto per se stessa (citando Prov. XVI, 4), ma «è impossibile che la volontà divina abbia per oggetto altro che la sua propria bontà, giacché tutte le bontà finite sussistono solo grazie alla bontà infinita né l’infinito può uscire da sé alienandosi e appetendo il finito» (cfr. Romano Amerio, Stat veritas, op. cit., Chiosa 15, pagg. 52 e 53).

[16] Cfr. Pio XI, Enc. Mortalium animos, 6 Gennaio 1928.

[17] Cfr. Giovanni Paolo II, Enc. Tertio millennio adveniente, 11 Novembre 1994, § 37.

[18] Deut. XXXIV, 15

[19] Cfr. l’articolo di Virgilio Fantuzzi SJ, cit.

[20] Cfr. S. Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, Decreto del 1 Dicembre 2005, prot. 2520/03/L con il quale si danno precise disposizioni al Cammino Neocatecumenale, imponendo un ritorno all’osservanza delle rubriche dei libri liturgici.

[21] Cfr. Dom Guéranger, Defence d’Astros, 225 : «Reste à savoir si cette variété incessante est plus favorable à la prière que la répétition des mêmes formules... Notre Seigneur dans le jardin des oliviers, priant son Père, répétait les mêmes paroles».

[22] Cfr. l’intervista a mons. Marini di John L. Allen del National Catholic Reporter, 20 giugno 2003

[23] Cfr. Piero Marini, Liturgia e bellezza, op. cit., pag. 74.

[24] Cfr. l’intervista a Joseph Ratzinger di Raymond Arroyo, direttore della EWTN, 5 Settembre 2003.


 




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26 gennaio 2006

Disciplina ecclesiastica

In questi giorni si fa un gran parlare dell'arresto di un religioso, accusato di violenza sessuale ripetuta nei confronti di una suora. La Procura della Repubblica disporrebbe, a quanto si apprende dai giornali, di intercettazioni in grado di dimostrare la colpevolezza del frate.

Al di la' dell'aspetto strettamente penale della vicenda, mi piacerebbe sapere se i Superiori del presunto stupratore in saio abbiano intenzione di prendere provvedimenti, a tutela dell'onore dell'Ordine Serafico e della Chiesa romana.

Mi piacerebbe sapere poi:
- a che titolo il frate prestasse sostegno alla "tifoseria" di una squadra di calcio; 
- chi abbia autorizzato le apparizioni televisive del frate al fianco di una pubblicana, la cui conversione si e' rivelata assolutamente infondata;
- per quale ragione non si sia gia' proceduto alla sospensione a divinis, visti i contenuti delle conversazioni telefoniche intercettate, dalle quali il religioso manifesta un comportamento in contrasto con la disciplina eccliesiastica e con i voti solenni.

Non mi stupirei se ancora una volta, a fronte di violazioni gravissime delle norme canoniche, la Gerarchia si mostrasse indulgente sino alla connivenza con un ecclesiastico che meriterebbe di essere ridotto allo stato laicale e consegnato al braccio secolare. D'altra parte, se l'atteggiamento spocchioso ed aggressivo del frate - cosi' come lo si e' potuto vedere in numerosi programmi - non ha meritato una censura da parte dei suoi Superiori, non c'e' da sperare che le cose cambino proprio adesso. Prepariamoci ai soliti appelli alla "comprensione", alla "misericordia", al "non giudicare" ecc. 

Tutt'altro discorso va fatto se un sacerdote casto e devoto celebra la Messa tridentina: allora si' che partono le sanzioni canoniche, le scomuniche, le sospensioni a divinis... ma se un figlio di San Francesco lega una suora al letto e la violenta, facendola poi stuprare da un complice dietro pagamento di 160.000 euro, allora basta un semplice rimprovero: ""biricchino! non farlo piu'!"

A voi i commenti.
Baronio




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27 dicembre 2005

Catecumenali e liturgia

A proposito del Decreto della S. Congregazione per il Culto Divino, si veda anche il commento di Magister su Chiesa: http://www.chiesa.espressonline.it/dettaglio.jsp?id=44140 




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25 dicembre 2005

Scelesta turba: un articolo del 2004 proposito della Chiesa nel postconcilio

Scelesta turba
Riflessioni su alcuni aspetti della crisi della società moderna
alla luce degl’insegnamenti del Concilio Vaticano II. 

 

documenti e le allocuzioni papali degli ultimi decenni hanno spesso avuto come destinatari non solo i Sacri Pastori e per loro tramite il popolo cristiano, ma anche e – si potrebbe dire – specialmente i non cattolici, rispondendo ad un malinteso confronto con il mondo moderno, presto convertitosi in un’apertura alle idee del secolo ed in una sostanziale abdicazione al proprio ruolo di condurre tutti i popoli all’unica Chiesa di Cristo. E come questa nacque con la discesa del Paraclito sui Dodici e sulla Beatissima Vergine, così la nuova chiesa può dirsi nata con il Concilio Vaticano II, durante il quale lo spirito del mondo discese sui Padri conciliari[1].

 

L’assise romana – la cui denominazione di Concilio può essere accolta in quanto entrata nell’uso comune, come avvenne per quello di Pistoia negli anni che precedettero la sua condanna da parte di Pio VI – diede l’occasione a non pochi lupi travestiti non solo da agnelli, ma anche da pastori, di redigere una congerie inaudita di documenti, dichiarazioni, costituzioni ed istruzioni, la cui produzione fu pari alla loro inconsistenza teologica ed alla loro inefficacia disciplinare. Il Vaticano II fu l’unico “concilio” che seppe – grazie ad una serie di manovre, sotterfugi, trame e complotti dei modernisti – stravolgere il suo schema preparatorio, partorendo veri e propri capolavori di equivocità, quando non contenenti proposizioni eretiche o sospette d’eresia, le più audaci delle quali furono poi frettolosamente ricondotte ad una formale ortodossia con note previe o ristampe. Ha ammesso sfrontatamente quest’opera di vera e propria consorteria anche un campione del progressismo quale fu don Giuseppe Dossetti, all’epoca del Concilio scelto come esperto dal Card. Lercaro: «Abbiamo in qualche modo contribuito con la nostra azione precedente anche all’esito del Concilio. Si è potuto fare qualcosa al Concilio in funzione di un’esperienza storica [da me] vissuta nel mondo politico, anche da un punto di vista tecnico assembleare che qualcosa ha contato. Perché nel momento decisivo proprio la mia esperienza assembleare, sorretta da[l giurista Costantino] Mortati, ha capovolto le sorti del Concilio stesso. [Il cardinale Leo] Suenens mi disse un giorno: “Ma lei è un partigiano del Concilio!” Io agivo come partigiano. Ma a parte certi problemi tecnici, assembleari, eccetera, si portò al Concilio – anche se non fu trionfante – una certa ecclesiologia che era riflesso anche dell’esperienza politica fatta e della necessità di non impegnare la Chiesa nelle cose mondane, la Chiesa in quanto tale»[2].

 

E mentre i Concili della Chiesa si erano sempre distinti per la loro chiarezza nell’esposizione della verità, accompagnata dalla condanna degli errori ad essa contrari, il Vaticano II si guardò bene dall’insegnare alcunché di cattolico, e tanto meno dal formulare qualsivoglia condanna, presi com’erano i suoi fautori dalla smania di compiacere i Luterani, gli Ebrei, i pagani, i Massoni, gli atei, i Comunisti.

 

Questo comportamento non può non ricordare l’odioso servilismo dei Sommi Sacerdoti dinanzi al governatore Pilato, per i quali la forzata sottomissione all’Imperatore era preferibile al riconoscimento del Messia ed all’abdicazione dei loro privilegi, primo fra tutti il potere politico che la loro casta aveva usurpato. Allo stesso modo, la chiesa conciliare[3] ha rinnegato nuovamente e pubblicamente i diritti di Dio, facendo proprio il Non habemus regem, nisi Cæsarem dei loro fratelli maggiori[4] e condannandosi ad una servitù al limite della cortigianeria, le cui conseguenze non avrebbero tardato a manifestarsi, come non tardò per i capi della Sinagoga la distruzione del Tempio, per mano di un altro Cesare, nell’anno 70.

 

I vessilli dell’armata ottomana conquistati a Lepanto vengono restituiti per smania di servilismo da un indegno successore di San Pio V; i pavimenti di un’antica basilica cristiana vengono donati per la costruzione di una moschea in Roma, quella Roma un tempo felix perché battezzata nel sangue dei Santi Apostoli Pietro e Paolo; la tiara viene deposta, non per abdicare al proprio orgoglio luciferino, ma per spodestare con enfasi la sovranità del Romano Pontefice sui Tre Regni e negare implicitamente al Papato la sua Regalità vicaria: tradidit in indignatione furoris sui regem et sacerdotem [5]; gli altari delle nostre chiese vengono profanati con sacrifici agli idoli e riti pagani: Manum suam misit hostis ad omnia desiderabilia ejus, quia vidit gentes ingressas sanctuarium suum, de quibus præceperas, ne intrarent in ecclesiam tuam [6]; l’unica vera Religione viene avvilita al livello delle sette e delle superstizioni più raccapriccianti: Princeps provinciarum facta est sub tributo [7]; i capi della Sinagoga si abbracciano ipocritamente con il Vicario di Colui che hanno crocifisso duemila anni orsono, dopo aver ottenuto la negazione delle loro responsabilità nel deicidio[8]; e questi, per non far torto a nessuno, si prostra a baciare il Corano e le irriferibili bestemmie delle sue sure: quoniam omnes dii gentium dæmonia [9]; i gran maestri delle società segrete vengono ricevuti nei Sacri Palazzi con mille onori, assieme ai dittatori comunisti ed ai persecutori della Chiesa; le leggi concordatarie delle Nazioni un tempo cristiane vengono modificate in senso laicista su richiesta della stessa Santa Sede, rinnegando e violando i sovrani diritti di Cristo  Re sulla società.

 

Sarà facile notare che, sull’esempio dei più insigni maestri del modernismo, la setta conciliare si è ben guardata dal formulare chiaramente proposizioni eretiche, prima che il sensus fidei non fosse indebolito o definitivamente scomparso, e prima che le Romane Congregazioni non fossero state infeudate dai loro sodali. Essa ha atteso, ha insinuato; ha usato le cattedre degli Atenei pontifici per instillare l’errore, per lasciarlo infettare le menti dei giovani chierici; ha contagiato i fedeli in decenni di celebrazioni protestantizzate. E come Enrico VIII aveva assicurato – in occasione dello scisma anglicano – che la liturgia non avrebbe subito variazioni, così i corifei della riforma hanno lasciato intendere che il nuovo rito della Messa altro non fosse se non una traduzione della precedente, mentre era evidente sin dall’inizio che l’originale latino del parto di Paolo VI doveva servire come semplice traccia su cui impostare le versioni in lingua volgare, queste sì destinate al progressivo indottrinamento dei fedeli[10]. Questo metodo fu perseguito abilmente sin dal Concilio: quando mons. Bugnini non riusciva ad ottenere una specifica formulazione nel testo ufficiale in latino, sapeva come rimediare e rassicurava i suoi sodali: «lo aggiusteremo nelle traduzioni»[11].

 

Chi voleva rimanere nella Chiesa ne è stato allontanato con sanzioni canoniche ed accusato di scisma, e chi viceversa si adoperava per la sua demolizione vi è stato accolto in nome del dialogo e della tolleranza. Il pacifismo irenista dei modernisti non ha impedito loro di dichiarar guerra contro la Tradizione: venatione ceperunt me quasi avem inimici mei [12]; il perverso ecumenismo in nome del quale essi si fanno caudatari di eretici ed idolatri ha consentito loro di scacciarci come scomunicati vitandi dalle chiese e di escluderci da qualsiasi dialogo; la loro meschina tolleranza religiosa si è applicata con tutti, fuorché con noi. E l’Inferno, di cui sono giunti a negare l’esistenza, apre nondimeno le sue fauci solo per i ribelli di Mons. Lefebvre. Onde a qualcuno verrebbe spontaneo citare orgogliosamente le parole di Dante: E io, che ascolto nel parlar divino consolarsi e dolersi così alti dispersi, l’essilio che m’è dato, onor mi tegno [13].

 

È innegabile che all’opera di perversione della dottrina si sia accompagnata un’attività di devastazione della liturgia, in modo che una nuova lex credendi si concretizzasse nella lex orandi conciliare. Osservava giustamente dom Guéranger che una delle principali caratteristiche degli eretici è di aver sempre colpito la liturgia, per poter pervertire la fede. Non stupisce quindi che i seguaci dell’eresia antiliturgica che l’abate descriveva nelle sue Institutions liturgiques [14]  tra cui egli annovera Vigilanzio, Berengario, Pietro di Bruys, Enrico di Losanna, Pietro Valdo, Giovanni Wyclif, Giovanni Hus, Lutero, Calvino e Zwingli –   abbiano negli odierni cantori della nuova chiesa una schiera di zelatori.

 

E come per disposizione del Concilio Tridentino[15] San Pio V convocò i massimi esperti teologi e liturgisti della corte papale per riformare i Libri Liturgici[16] preesistenti, così su impulso del Vaticano II Paolo VI chiamò pastori luterani e teologi di chiara fama modernista per inventare un Novus Ordo ed imporlo d’autorità all’orbe cattolico[17]. Chi negasse questa corrispondenza verrebbe smentito dagli stessi esponenti della nuova chiesa, per i quali l’attuazione della riforma liturgica post-conciliare è stata vissuta come una loro personale vittoria su quella ch’essi – sinceri almeno in questo – non si vergognano di chiamare vecchia religione.

 

I dogmi che il Tridentino affermò, San Pio V li ritrovava nella divina liturgia che gli era giunta sostanzialmente intatta dall’epoca di papa Gelasio e di San Gregorio Magno. Gli errori che il Vaticano II nascondeva sotto frasi volutamente equivoche, li ritroviamo chiaramente espressi nella nuova liturgia, le cui sacrileghe innovazioni ripercorrono pedissequamente quanto fecero gli eretici. Anche nell’arte sacra è possibile avere conferma di questa relazione: i maggiori artisti realizzarono autentici capolavori di architettura, pittura, scultura, musica – senza dimenticare le arti minori – per glorificare Dio e cantare le Sue lodi; oggi questi esempi d’arte sono abbandonati o venduti agli antiquari, mentre sedicenti artisti costruiscono luoghi di culto raccapriccianti, realizzano sculture e quadri al limite del blasfemo, spacciano per musica sacra orride composizioni profane.

 

Chi, se non la liturgia conciliare, ha intaccato la fede dei fedeli dalle sue fondamenta? Chi ha diffuso gli errori sulla Grazia, sulla giustificazione, sulla Messa, sui Sacramenti, sulla Chiesa, sui Novissimi, sulla Regalità di Cristo e su ogni verità cattolica, se non il nuovo rito e – in perfetta coerenza con esso – tutte le distorsioni ad libitum che esso di fatto autorizza?

 

Anche l’enfasi conciliare sulla comunità e sulla vita parrocchiale non è nuova – in questa esagerazione tipica delle eresie – allo spirito giansenista che infestava il conciliabolo di Pistoia e di non pochi suoi seguaci. L’aver di fatto imposto la celebrazione di Battesimi e Matrimoni all’interno della Messa domenicale deriva da una mentalità parrocchialista che pare vincolare l’efficacia e la validità dei Sacramenti all’approvazione di un’assemblea, in perfetta coerenza con la democratizzazione della Chiesa e con la dimensione comunitaria della Messa. La scomparsa della Comunione fuori dalla Messa – additata come orrida devozione e pervicacemente negata dai sacerdoti, ancorché prevista tuttora – risponde a questo spirito protestante della chiesa conciliare, che implicitamente ammette la presenza di Cristo nelle Specie eucaristiche solo durante la celebrazione della Cena. E sempre per questa ragione non pochi Vescovi si rifiutano di concedere l’applicazione dell’Indulto nelle domeniche e nei giorni di precetto, confinando la celebrazione della Messa tridentina ai sabati ed alle vigilie, quasi la Messa non fosse sempre atto pubblico della Chiesa, a prescindere dalla presenza dei fedeli.

 

Proprio ora che anche la vecchia Europa inizia a mettere in pratica gli insegnamenti del Vaticano II e di Giovanni Paolo II, non pochi alti Prelati vanno esprimendo la propria preoccupazione per l’inattesa recrudescenza di fenomeni di intolleranza anticlericale da parte degli Stati. Lanciano accorati appelli, puntualmente disattesi, affinché si menzionino le radici cristiane nel testo introduttivo della Costituzione europea[18], infarcita di principi anticristiani. Si mobilitano per dissuadere l’approvazione di una legge sulla fecondazione artificiale, quando sono ormai più di un miliardo i bambini innocenti uccisi nel ventre materno, grazie alla legalizzazione dell’aborto. Invocano il rispetto delle leggi di natura nella Spagna di Zapatero, dopo l’equiparazione giuridica del concubinato omosessuale al matrimonio naturale. Trasecolano innanzi al divieto vigente ora in Francia di indossare l’abito talare per i sacerdoti insegnanti. Si dicono stupiti per analogo divieto per le suore di portare il velo nelle scuole tedesche. Deplorano gli spettacoli, i film e le pubblicazioni in cui la Chiesa è fatta oggetto di offese, in cui Dio e i Santi sono bestemmiati e derisi, o quando i suoi ministri sono messi in ridicolo nelle pubblicità e nei programmi satirici. Ricordano con rimpianto i presepi che un tempo nelle scuole si allestivano a Natale, e che ora sono scomparsi per non offendere la sensibilità dei piccoli figli di Maometto, mentre alcuni loro padri osano profanare la Croce di Cristo e chiederne la rimozione dai luoghi pubblici, in quanto ritenuta offensiva per le altre religioni. Alcuni porporati giungono a parlare di intolleranza laica, di inquisizione laicista, di persecuzione anticattolica. Termini a cui – a onor del vero – non eravamo più abituati da decenni, e che quando eravamo noi a pronunziarli ci meritavano svariati appellativi, tra cui retrivi, obsoleti, preconciliari, lefebvriani, scismatici e scomunicati.

 

Questa guerra mossa alla Chiesa potrebbe indurci a credere che abbia come indiretta conseguenza una resipiscenza nei Sacri Pastori, i quali finalmente riconoscono gli errori del laicismo, dell’indifferentismo, del relativismo, del modernismo e dell’ecumenismo.

 

La realtà, a dispetto di ogni più semplice principio di raziocinio, è ben diversa: la Santa Sede e l’Episcopato sono sì preoccupati per i recenti fatti di matrice anticattolica, ma le ragioni e le cause della loro preoccupazione, così come i rimedi che essi propongono ed i fini che si prefiggono sono in totale contrapposizione con la dottrina cattolica e perfettamente coerenti con le premesse poste dal mai abbastanza deplorato Concilio Vaticano II e dal “magistero” dei Pontefici che di esso furono i preparatori, gli esecutori e gli eredi. Un “magistero” improprio, che ha sostituito l’insegnamento infallibile della Verità cattolica con interpretazioni estemporanee, deviazioni vistose e colpevoli omissioni. Un “magistero” che si è deliberatamente autodelegittimato nel momento in cui non si è più avvalso dell’Autorità Apostolica per ratificarne la continuità sostanziale con il Sacro Deposito, limitandosi a proporre – ai media ancor prima che al popolo cristiano, e sempre in maniera interlocutoria e fumosa – quanto di più generico vi può essere in un frainteso spirito di tolleranza e nel più vieto qualunquismo religioso.

 

Scriveva Antonio Gramsci, nei suoi Quaderni, che ogni azione dev’essere giudicata buona o cattiva, utile o dannosa, virtuosa o scellerata in base al vantaggio o al danno che può arrecare al Partito[19]. Pare questo l’unico parametro etico fatto proprio dai modernisti, per i quali il riferimento non è più il Partito, ma la chiesa conciliare, con i suoi nuovi dogmi, i suoi Papi, il suo Concilio. In quest’ottica, si può comprendere perché talora alcuni Prelati usino – decontestualizzandole – delle espressioni o dei riferimenti ai Santi Padri, ai Concilii o al Magistero: perché questo torna utile alla causa del modernismo e permette di puntellarlo non solo con i farneticamenti dei suoi corifei, ma anche con le autorevoli parole di Sant’Agostino, di San Tommaso, di Leone XIII. Si può parimenti comprendere perché venga attuata scientificamente una damnatio memoriæ nei confronti di altri scritti dei Santi Padri, di altri Concilii o di altri documenti magisteriali, nonostante – da un punto di vista puramente logico – la loro autorità sia la medesima: perché citare quel canone, quel discorso, quell’enciclica sconfesserebbe il castello di menzogne, equivoci e fumosità costruito ad arte dai novatori.

 

Tuttavia, come ogni opera diabolica, la rivisitazione pseudocattolica del principio gramsciano si ritorce prima o poi contro chi l’ha adottata. È tanta la smania di spodestare Cristo e la Chiesa della loro divina Regalità, che non si accorgono che con essa stanno minando anche il proprio ruolo e la ragione stessa del proprio ministero, dai quali traggono ed usurpano la loro autorità: nessuno darebbe peso alla dichiarazione Dignitatis humanæ, se non fosse inserita tra i documenti di un Concilio, né alcuno degnerebbe di attenzione certe allocuzioni, se fosse stato un attore polacco a pronunziarle; i fedeli non crederebbero che la Messa è una cena se non glielo avesse detto il parroco, né che ognuno è libero di aderire a qualsiasi credo, se non glielo insegnassero i Vescovi; i capi delle nazioni sarebbero molto prudenti nel legiferare contro la Chiesa, se non fossero i suoi più alti esponenti ad incoraggiarli a rivedere i concordati e a considerarla come una tra le tante religioni. Gli stessi politici cattolici non confinerebbero la professione della loro fede alla sfera personale, rinunziando a difendere i principi cristiani nella sfera pubblica ed accettando leggi immorali, se non fossero i Pastori a farsi i primi negatori della Regalità sociale di Cristo, con tutte le sue implicazioni.

 

L’autorità di costoro risplende, come la luna, della luce di quel Sole divino ch’essi cercano di oscurare: ecco perché ora, mentre sembrano aver raggiunto il proprio scopo, tramonta anche la loro credibilità, si eclissa la loro autorità. Pastori di un gregge senza pecore, ora possono guidare nel baratro solo se stessi e quei pochi che ancora pervicacemente li seguono.

 

Non osi alcuno, quindi, chiamare in causa i poteri occulti, la massoneria, le sette o qualsivoglia altro nemico esterno alla Chiesa: essa deve la propria demolizione solo ed unicamente ai propri Ministri, la cui indegnità è pari solo alla infingardaggine di quanti subiscono supinamente la perversione della Verità cattolica. E se ancora si trova un cattolico, lo si deve al fatto ch’egli non pratica con assiduità la Messa domenicale o che non si tiene aggiornato sulle nuove correnti ereticali spacciate dai pulpiti come Magistero pontificio. Quanto alle persone in buona fede – ammesso e non concesso che vi possano esser fedeli, e vieppiù chierici, che per decenni sopportano lo scempio della loro Religione senza nutrire perplessità e senza obbiettare alcunché – essi si salveranno né più né meno dei seguaci delle sette, in una condizione di oggettivo impedimento a conoscere completamente la Rivelazione, cui eventualmente aderiranno nonostante gli errori che professano.

 

La massoneria non ha più nulla da dire alla Chiesa contemporanea, visto che questa ha fatto proprio il credo degli Iniziati e lo diffonde con ancor maggiore efficacia di quanto non potessero fare gli adoratori del Grande Architetto[20]; la Sinagoga non ha alcun argomento da opporre a chi ne chiama i figli fratelli maggiori e ne abbraccia i sacerdoti; i seguaci di Lutero non possono rimproverare alcunché alla Grande Babilonia, se questa li ha addirittura chiamati a redigere e purgare i testi della nuova Messa, rendendogliela di fatto accetta e consentendo loro di celebrarla, visto che in essa non si parla né di Sacrificio, né di Presenza Reale, né di transustanziazione[21]. 

Di qui le parole d’ordine del postconcilio, erede inconfesso dei cosiddetti valori rivoluzionari e massonici: libertà, uguaglianza e fraternità, cui si sono aggiunti in questi ultimi decenni anche la dignità dell’uomo, la solidarietà, il pacifismo, il dialogo e tutta la congerie di immondi palliativi che il demonio ha saputo ispirare alle menti traviate dei nostri contemporanei. Ecco allora la libertà di coscienza e di religione, che nega il dovere dell’uomo di conformare il proprio intelletto al Vero e la propria volontà al Bene; ecco l’uguaglianza, le cui espressioni sono il collegialismo ed il conciliarismo in antitesi al Primato del Pontefice, l’assemblearismo in antitesi all’autorità dei Sacri Pastori e l’enfasi sul presunto sacerdozio comune dei fedeli in antitesi al Sacerdozio ministeriale; ecco l’ecumenismo ed il dialogo interreligioso in antitesi alla missione propria della Chiesa, alla conversione dei pagani e degli eretici, all’apostolato, all’apologetica. Ecco la dignità dell’uomo redento da Cristo (tanto cara a Giovanni Paolo II) in antitesi ai sovrani diritti di Dio e della Sua Chiesa; ecco il pacifismo ipocrita e l’irenismo più imbelle in opposizione alla militia Christi ed al virile dovere di difesa dagli attacchi dei nemici; ecco la solidarietà orizzontale e materiale che nega la Carità evangelica e vanifica anche le opere buone, privandole deliberatamente del loro fine sovrannaturale e trascendente.

 

Di qui, e converso, le espressioni bandite dal vocabolario del clero ecumenically correct: verità cattolica, dogma, condanna dell’errore, eresia, scisma, scomunica, conversione degli infedeli. Dopo averci tediato per decenni con i germi della Rivelazione presenti nelle altre religioni, come si può parlare dell’Unica Chiesa di Cristo e dell’unica Verità cattolica? Quali dogmi affermare, dopo averli negati tutti insieme, in nome dell’ecumenismo, degli abbracci ai rabbini, dell’occhio di Shiva in fronte al Papa e dei baci al Corano? Quali eresie condannare, se anche le più discinte adoratrici degli idoli hanno uno strapuntino alle funzioni papali e sono invitate agli incontri interreligiosi? Quali scismi ricomporre, se si riconosce l’autorità e la giurisdizione dei ministri Eterodossi e si firma con essi un trattato di non conversione, quale premessa imprescindibile per una visita del Papa in Russia? Quali scomuniche promulgare, dopo aver di fatto negato l’efficacia di quelle vigenti ed essersi accaniti solo con chi ha l’unico torto di esser rimasto fedele all’immutabile insegnamento cattolico? Quale conversione degli infedeli operare, laddove si afferma placidamente che la dignità dell’uomo implica anche la libertà di professare qualsiasi religione?[22]

 

Come osano questi porporati lamentarsi quando le Nazioni legiferano sulla base di un mero principio di maggioranza, dopo aver lodato il sistema democratico ed aver salutato l’eliminazione del riconoscimento della Religione di Stato come una conquista ed un progresso[23]? Con quale sfrontatezza si permettono di criticare gli stati laici se proibiscono l’uso dell’abito religioso nelle scuole e negli ospedali, quando nemmeno a Roma si riesce a scorgere un seminarista o un sacerdote in talare, e quando gli stessi sacerdoti discriminano chi lo indossa? Non è questo lo stato laico che volevano? Non erano questi i privilegi ed i trionfalismi a cui la Chiesa conciliare finalmente rinunziava, dopo secoli di indebite ingerenze del Clero nelle questioni civili?

 

Una critica meriterebbe anche l’insistenza della Santa Sede al richiamo alle cosiddette radici cristiane nella Costituzione europea. Dopo aver negato il diritto di Cristo a regnare e ad essere riconosciuto come Sovrano dalle Nazioni, la chiesa conciliare ha perorato la menzione del Cristianesimo non come riferimento morale a cui sottostare ma come semplice souvenir di una Cristianità antica e ormai scomparsa. È evidente che questa richiesta – in termini prettamente cattolici – non ha senso alcuno. Infatti, confinare al passato la forza morale della Legge di Dio è un arbitrio che ne indebolisce la validità nel presente e che pare prendere atto, con rassegnazione, della non attualità del messaggio salvifico di Cristo e della Chiesa. D’altra parte, se il Pontefice avesse chiesto ai parlamentari di Strasburgo di menzionare la morale cattolica quale riferimento morale per le legislazioni degli Stati membri dell’Unione Europea, in virtù di quale principio avrebbe potuto farlo, dopo aver incoraggiato la laicità dello Stato[24] e la separazione tra questo e la Chiesa?

 

Si ringrazino dunque coloro che, spesso insigniti della sacra potestà, hanno saputo riuscire in quarant’anni in un’opera di devastazione che nemmeno le più cruente guerre di religione, i più perversi movimenti ereticali, le più temibili sette segrete avevano potuto compiere in duemila anni di Cristianità.

 

E se non sta a noi giudicare l’intenzione con cui questa devastazione è stata realizzata – scientemente, per pusillanimità, per ignoranza, per conformismo, per mala fede – possiamo nondimeno affermare che a partire dal Vaticano II è innegabile vi sia una mens che ha guidato la chiesa conciliare e che questa si pone in palese contraddizione con la dottrina immutabile della Chiesa cattolica.

 

 



[1] Questo articolo è stato scritto nel 2004, prima dell’elezione di Benedetto XVI. Molteplici elementi, specialmente recenti, lasciano intendere un cambiamento radicale da parte del nuovo Pontefice; le osservazioni e le critiche espresse in questo articolo non devono pertanto essere intese in relazione alla situazione attuale, ma a quella che si presentava al tramonto del precedente Pontificato.

[2] A colloquio con Dossetti e Lazzati. Intervista di Leopoldo Elia e Pietro Scoppola (19 novembre 1984), il Mulino, Bologna, 2003

[3] Con l’espressione chiesa conciliare intendo designare non tanto la Chiesa Cattolica nella sua totalità, ma solo quella parte di essa che fu attiva nella demolizione della vera Chiesa di Cristo.

[4] Johann. XIX, 15

[5] Lam. II, 6

[6] Lam. I, 10

[7] Lam. I, 1

[8] Facendo seguito alla derubricazione dell’accusa di deicidio: «E se autorità ebraiche con i propri seguaci si sono adoperate per la morte di Cristo, tuttavia quanto è stato commesso durante la sua passione, non può essere imputato né indistintamente a tutti gli Ebrei allora viventi, né agli Ebrei del nostro tempo». Cfr. Dichiarazione Nostra ætate, n. 4.

[9] Ps. XCV, 5

[10] Cfr. l’articolo di dom Antoine Dumas osb, in Notitiæ, n. 54, Maggio 1970, pagg. 194-213, che fornisce le informazioni sulle variazioni allora introdotte nella nuova Messa e propone un lungo studio sulle traduzioni del messale romano. Dom Antoine Dumas fu membro della Commissione incaricata di rivedere il testo latino del nuovo Messale romano e anche membro della Commissione che preparò le traduzioni in francese. Dopo aver detto che coloro che rivedevano l’originale latino ricercavano un “adattamento fondamentale dei testi alla mentalità contemporanea” (pag. 196), e dopo aver fatto l’elogio del linguaggio liturgico dei protestanti (pag. 197), dom Antoine presenta dei principi e degli esempi che dimostrano molto chiaramente l’orientamento desacralizzante adottato dalle rispettive Commissioni della Sacra Congregazione per il Culto Divino. Ecco qualche caso caratteristico: ostia non ha mai il significato di vittima, (pag. 198); forma e substantia non devono mai essere tradotti in modo da “appesantire la preghiera di un tecnicismo filosofico fuori luogo” (pag. 206); quæsumus non deve mai essere interpretato nel senso di supplica (pag. 209); continentia, moderatio, temperari, castigatio, ieiuniumdevono essere resi con delle espressioni molto generali, adatte alla mentalità contemporanea” (pagg. 208-209).

[11] Cfr. l’intervista di Stefano Wailliez al canonico Andrea Rose, in: Courrier de Rome, Giugno 2004. Rose fu consultore del Consilium ad exequendam. Lo stesso mons. Bugnini conferma personalmente queste parole nelle sue memorie, cfr. Annibale Bugnini, La riforma liturgica 1948-1975, Roma, 1997².

[12] Lam. III, 52

[13] Rime, Canzone Tre donne intorno al cor mi son venute, 73-76

[14] Dom Prosper Guéranger, Institutions liturgiques, I², Paris, 1878, pagg. 388-407

[15] La sessione XXV si tenne il 5 Dicembre 1563. Cfr. H. Jedin, Concilio tridentino e riforma dei libri liturgici, in: Chiesa della fede, Chiesa della storia, Brescia, 1972, pagg. 391-425.

[16] Nel 1568 fu promulgato il Breviarium romanum, cui seguirono la promulgazione del Missale romanum nel 1570, del Pontificale romanum nel 1595, del Cæremoniale Episcoporum nel 1600, e – sotto il Pontificato di Paolo V – del Rituale romanum nel 1614.

[17] Nel nome dell’ecumenismo, sei teologi protestanti rappresentanti il Concilio Mondiale delle Chiese, la chiesa luterana, la chiesa anglicana e la chiesa presbiteriana, parteciparono attivamente alla commissione speciale stabilita da Paolo VI per riscrivere la Messa.

[18] Sarebbe poi da capire per quale motivo queste radici cristiane siano un elemento degno di menzione: a mio avviso, il fatto che un tempo l’Europa sia stata cristiana e che oggi di fatto non lo sia più non viene meno per il solo ricordo del passato. E non si comprende perché le radici cristiane vadano ricordate e non debbano esserlo, ad esempio, quelle pagane, ben più antiche. E in cosa consistano le radici giudeo-cristiane dell’Europa, che nulla conserva del giudaismo. E infine, quali altre radici debba menzionare nella propria costituzione un popolo di recente evangelizzazione.

[19] Al partito comunista, s’intende.

[20] Afferma infatti il regnante Pontefice: «La Chiesa ha enucleato la sua dottrina sui “diritti dell'uomo”, che derivano non dallo Stato né da altra autorità umana, ma dalla persona stessa. I pubblici poteri li devono pertanto "riconoscere, rispettare, comporre, tutelare e promuovere” (Pacem in terris, 22): si tratta, infatti, di diritti “universali, inviolabili e inalienabili” (ibid., 3). […] Per questo motivo, la Chiesa ha accolto con favore la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo delle Nazioni Unite, approvata in Assemblea Generale il 10 dicembre 1948. Tale documento segna “un passo importante nel cammino verso l'organizzazione giuridico-politica della Comunità mondiale. In esso, infatti, viene riconosciuta, nella forma più solenne, la dignità di persona a tutti gli esseri umani; e viene di conseguenza proclamato come loro fondamentale diritto quello di muoversi liberamente nella ricerca del vero, nell'attuazione del bene morale e della giustizia; e il diritto a una vita dignitosa; e vengono pure proclamati altri diritti connessi con quelli accennati” (Pacem in terris, 75). ». Cfr. Lectio magistralis di Giovanni Paolo II in occasione del conferimento della Laurea honoris causa in Giurisprudenza da parte dell’Università La Sapienza di Roma, 17 Maggio 2003. Queste parole possono essere lette alla luce di quanto l’Alta Vendita progettava fin dal secolo scorso: «Ora, quindi, per assicurarci un Papa nella maniera richiesta è necessario predisporre per quel Papa una generazione adeguata al regno del quale sogniamo. Lasciate da parte l’età avanzata e quella media, andate alla gioventù, e, se possibile, fino all’infanzia. […] In pochi anni il giovane clero avrà, per forza di cose, invaso tutte le funzioni. Essi governeranno, amministreranno, e giudicheranno. Essi formeranno il consiglio del Sovrano. Saranno chiamati a scegliere il Pontefice che regnerà; e quel Pontefice, come la maggior parte dei suoi contemporanei, sarà necessariamente imbevuto dei principi italiani ed umanitari che stiamo per mettere in circolazione. […] Cercate il Papa del quale diamo il ritratto. Volete stabilire il regno degli eletti sul trono della prostituta di Babilonia? Fate marciare il clero sotto la vostra bandiera in modo che creda sempre di marciare sotto la bandiera delle Chiavi Apostoliche. Volete causare la sparizione delle ultime vestigia di tirannia ed oppressione? Gettate le vostre reti come Simone Bar-Jona. Gettatele nelle profondità di sacrestie, seminari e conventi, piuttosto che nelle profondità del mare, e se non precipiterete nulla, darete a voi stessi una raccolta di pesci più miracolosa della sua... Il pescatore di pesci diverrà pescatore d’uomini. Vi disporrete in veste di amici intorno alla Cattedra Apostolica. Avrete pescato una Rivoluzione in Tiara e Cappa, che marcia con la Croce e la bandiera — una Rivoluzione che ha solo bisogno di essere un poco pungolata per mettere a fuoco i quattro quarti del mondo». Cfr. Mons. George F. Dillon, Grand Orient Freemasonry unmasked, Chulmleigh, Augustine, 1965.

[21] Cfr. Roger Mehl , teologo e filosofo protestante, in Le Monde del 10 settembre 1970: «Non vi è più alcuna giustificazione per le Chiese riformate, di proibire ai loro membri di assistere all’eucaristia in una chiesa cattolica». Frère Roger Schutz, della Comunità protestante di Taizé, osservò: «Possiamo adottare il nuovo rito perché la nozione di sacrificio non vi è per nulla affermata».

[22] «[…] Un altro diritto fondamentale, sul quale a motivo delle sue frequenti violazioni nel mondo di oggi ho dovuto ritornare, è quello alla libertà religiosa, riconosciuto sia dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo (art. 18), sia dall'Atto finale di Helsinki (1 a, VII), sia dalla Convenzione sui diritti del fanciullo (art. 14). Ritengo infatti che il diritto alla libertà religiosa non sia semplicemente uno fra gli altri diritti umani, ma sia quello al quale tutti gli altri si riconnettono, perché la dignità della persona umana ha la sua prima fonte nel  rapporto essenziale con Dio. In realtà il diritto alla libertà religiosa “è così strettamente legato agli altri diritti fondamentali, che si può sostenere a giusto titolo che il rispetto della libertà religiosa sia come un test per l’osservanza degli altri diritti fondamentali” (Al Corpo Diplomatico, n. 6: Insegnamenti XII/1, 1989, p. 68)». Cfr. Lectio magistralis di Giovanni Paolo II in occasione del conferimento della Laurea honoris causa in Giurisprudenza da parte dell’Università La Sapienza di Roma, 17 Maggio 2003.

[23] Cfr. La libertà di coscienza e di religione, Lettera di Giovanni Paolo II ai capi di stato delle nazioni riuniti a Helsinki, 1 Sett. 1980.

[24] «Principio, si badi bene, di per sé importante e condivisibile», secondo le parole del Card. Mario F. Pompedda, Prefetto della Segnatura Apostolica. Cfr. il Giornale, 29 gennaio 2004, pag. 1 e 39.




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24 dicembre 2005

Fonti liturgiche per il Natale

Nel mio sito www.ecclesiacatholica.com sono pubblicate le Messe del 25 Dicembre, anche con il proprio in canto gregoriano (secondo l'edizione del Graduale Romanum). Guardate anche il Calendario liturgico (scorrendo la pagina principale, un po' più in basso) per le Messe del mese di Dicembre.




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